Come sapete la Spagna cresce, economicamente, assai più di molti paesi d’Europa. Cresce e intanto mette vincoli a chi ha di più e concede facilitazioni a chi ha di meno: cresce dentro un’idea di redistribuzione della ricchezza che è tutto quel che resta del socialismo. Il premier Pedro Sanchez l’altro giorno ha messo mano al costo dei trasporti. Con 60 euro al mese, 30 per chi ha meno di 26 anni, si potrà viaggiare in tutto il Paese con qualsiasi mezzo. Un abbonamento che esclude l’alta velocità ferroviaria ma contempla ogni altro tipo di treno, autobus, metro, tram. Non è molto e non è poco. Non siamo alla gratuità che ha promesso il nuovo sindaco di New York in campagna elettorale (sono due grandezze diverse, una città e un Paese intero) ma è un passo avanti verso la sostenibilità dei costi che deve affrontare chi si sposta per lavoro: da un quartiere a un altro, da una città a un’altra. Ma anche per chi non deve farlo ogni giorno. I trasporti pubblici sono una questione strategica del presente. È lì dove si deve investire per abbattere l’inquinamento che sta consumando il pianeta e la congestione del trasporto privato che rende le grandi città invivibili, che taglia fuori le periferie geografiche dai centri. Il progresso, in termini di miglioramento dell’habitat comune e di moltiplicazione delle possibilità, passa certamente anche da qui. Sono da qualche giorno in Australia e vivo in una città dove il trasporto pubblico, dentro il confine del centro, è gratuito. Lo sono anche i musei, i grandi parchi, le gallerie nazionali, le biblioteche: sempre affollatissimi. L’Australia è un paese molto caro ma è anche un luogo dove il lavoro è ben pagato. Studenti e immigrati da ogni parte del mondo riescono a integrarsi, a viverci, anche grazie alla gratuità di alcuni servizi considerati essenziali, elementari. Bello sarebbe avere anche in Italia un ministro a questo dedicato — ne abbiamo uno, si chiama Matteo Salvini — che si ponesse il problema. Ma figuriamoci. Figuriamoci.