La presenza della Madonna incinta nel presepe del Vaticano accende un faro sulla rappresentazione di questo tema che l’iconografia cristiana ha sempre maneggiato con i guanti. Gli artisti avevano un triplice problema: mostrare l’evento storico e teologico dell’Incarnazione, raffigurare Maria da sola (pur essendo l’annuncio un evento “dialogico”) e, infine, rendere la gravidanza il fulcro della composizione senza scadere in riferimenti sessualmente volgari o inappropriati. Il vertice di questa rappresentazione pittorica è stato raggiunto da Piero della Francesca: nella celebre Madonna del Parto di Monterchi (1455-1465 circa) è stato capace di sintetizzare cristianesimo e Umanesimo, sebbene il delizioso precedente firmato da Nardo di Cione, la Madonna del Parto e donatore (metà del XIV secolo, Museo Bandini, Fiesole, Firenze) raggiunga eguali vette di qualità e significati, a partire dal simbolo della cinta dipinta sopra la pancia di Maria.
Per gli artisti era necessario rispettare diversi paletti ed elementi. Il ventre enfatizzato: lo stato di gravidanza è visualizzato attraverso la resa del volume del grembo, che non è oggetto di pudore, ma di perfezione. La Madonna è spesso raffigurata in piedi o a mezzo busto, con abiti ampi e allargati dal ventre gravido o dai fianchi più pronunciati; il libro chiuso: un topos ricorrente è la presenza di un libro (rosso) chiuso a contatto con il ventre. Simbolo del Verbum infans (il Verbo che non parla), non ancora manifestato, rappresenta Cristo che prende carne in Maria e l’attesa del compimento della Parola di Dio, con chiaro riferimento al Vangelo di Giovanni. La fisicità del libro allude a Maria stessa, Virgo liber Verbi, che contiene e nasconde il Verbo.














