C’è chi, come il presidente di Confindustria, Emanuele Orsini, vede il bicchiere mezzo vuoto: «Troppo poco. Con le mezze curve facciamo gli incidenti. Quando si va in strada o si fa la curva o si va dritti». Non ha tutti i torti. E sono in molti, anche nella politica, a partire dalla Lega, a dire che la svolta è timida e in ritardo. Tutto vero. Epperò c’è anche il bicchiere mezzo pieno. La Ue non ha avuto il coraggio di andare fino in fondo, non c’è dubbio. Il taglio di emissioni richiesto al settore dell’auto per il 2035 passa dal 100% al 90%, ma la neutralità climatica viene mantenuta con un meccanismo di acquisto di crediti per il rimanente 10%. Una mezza curva, come dice Orsini. Tuttavia non bisogna dimenticarsi che fino a qualche mese fa per Bruxelles l’unico percorso possibile era quello che prevedeva una linea retta verso l’abisso. L’eliminazione totale dei motori endotermici.
Ebbene, la sterzata non è di quelle epocali, ci mancherebbe. Ma la novità lo è abbastanza. Il 2035 non è più la data di morte di diesel e benzina, come profetizzato da anni dai sacerdoti dell’oscurantismo ambientalista che ha messo al bando, tacciandolo di blasfema e sacrilega eresia, chiunque si permettesse di far notare che i consumatori se ne fregavano delle auto elettriche e che convertire tutto il parco macchine europeo ai precetti green avrebbe desertificato il settore senza cambiare di una virgola il livello mondiale di emissioni di Co2. Certo, direte voi, per apportare una leggera correzione di rotta ci sono voluti la crisi devastante dell’automotive, la chiusura di fabbriche, le perdite ingenti delle principali case automobilistiche del Continente, le valanghe di ora di cassa integrazione, le delocalizzazioni selvagge stile Stellantis in Nord Africa ed Est Europa, gli operai in mezzo alla strada e, non ultima, la frenata a cascata dell’intera manifattura europea. Compresa quella italiana che le opposizioni, tutte pro auto elettrica, continuano ad addebitare a Giorgia Meloni.






