Il Partito democratico non si è ancora ripreso dal suo momento nero. Non si spiega altrimenti l’ennesimo autogol realizzato dalle parti del Nazareno. Da quando Schlein ha dato buca ad Atreju e politicamente ne è uscita con le ossa rotte, è stato un crescendo. L’assemblea nazionale con tanto di astensioni della minoranza, le pugnalate continue di Giuseppe Conte (ultimo caso il voto M5S per la revoca dell’immunità dell’europarlamentare dem Moretti), gli innumerevoli distinguo interni al partito sulla possibilità che la segretaria possa correre nel 2027 come aspirante premier. La ciliegina sulla torta è la campagna pauperista come reazione alla battuta domenicale di Meloni sul kebab. Aveva detto la premier: «La sinistra rosica pure per la cucina italiana patrimonio Unesco, mangiano da una settimana dal kebabbaro».

Senonché la segretaria dei Giovani Democratici Virginia Libero, novella influencer del proletariato, ha pubblicato ieri un video contro il presidente del Consiglio, usando la linea del “pezzentismo”. «Ma in che mondo vive Meloni?» si è indignata la segretaria dei giovani piddini, «ci sono italiani che non hanno nemmeno i soldi per il kebab!». E giù una tiritera sui salari che scendono e sulla crisi economica che morde le famiglie, con l’Italia descritta tutta come la Londra dickensiana di Oliver Twist. Ora, è innegabile che dopo la pandemia Covid l’inflazione abbia eroso il potere d’acquisto delle famiglie, e che soprattutto nella grandi città il costo della vita sia più alto rispetto a cinque o dieci anni fa. Però, parafrasando Mark Twain, la notizia dell’impossibilità di comprare un kebab da parte delle famiglie italiane è fortemente esagerata: a Milano in zona corso Sempione siamo sui 6 euro per il panino kebab e 9 euro per il piatto completo con riso e insalata. Insomma, nonostante tutto, il kebab è ancora accessibile, al pari delle offerte dei panini del McDonald’s.