Maurizio Di Stefano, ex libraio anti-racket in Sicilia e poi ristoratore a Bologna, è stato costretto a gettare la spugna.
"Ho ceduto l'attività, l'ho dovuto fare perché non posso più vivere in questo modo.
Lo Stato mi aveva dato i soldi per ripartire, ma poi me li ha chiesti indietro quando ormai li avevo già investiti".
Di Stefano fino a pochi giorni fa era titolare di "Liccu", un locale di cucina siciliana molto frequentato, in via Ranzani. "Ritengo di aver fatto scelte giuste, nella legalità, ma vengo trattato come un lestofante. Lo Stato che mi aveva aiutato, alla fine mi ha fregato e la mia storia è la sconfitta dello Stato", dice.
Di Stefano era infatti stato riconosciuto vittima della mafia e una quindicina di anni fa aveva chiuso la libreria che aveva in centro a Catania, stremato dal racket, dopo ripetute intimidazioni subite. A Bologna si era rilanciato con il nuovo progetto di ristorazione, un'attività che aveva un buon successo. Aveva potuto farlo grazie ai soldi ricevuti dal fondo per la solidarietà per le vittime delle richieste estorsive e usura, circa 150mila euro.







