VENEZIA - Nemmeno Napoleone predatore seriale regge al confronto con Hitler e i nazisti che si sono impossessati di una quantità impressionante di oggetti di pregio dei paesi occupati: quadri, gioielli, libri antichi, strumenti musicali o di culto. Attività predatoria, agevolata da volonterosi collaborazionisti, veneziani compresi.

Il risultato di queste storie, alcune simili ad un giallo, offre questi numeri: sono quasi centomila le opere trafugate e ancora disperse, tra qualche milione di oggetti arrivati in Austria e Germania durante il governo hitleriano, con l'idea di eliminare la gente e la cultura ebraica. Volontà celebrata da Hermann Göring, luogotenente di Adolf Hitler che spiegava: «Nell'antichità si saccheggiava. Chi conquistava un paese, disponeva delle ricchezze di quel paese. Oggi le cose sono fatte in modo più umano. Per conto mio sono per il saccheggio, il totale saccheggio». Aveva ragione Elie Wiesel, premio Nobel per la pace, origine ebraica, rumeno di nascita, scrittore sopravvissuto ai campi di concentramento a ricordare che «tutti pensano ai nazisti come a degli assassini. Ma prima ancora, sono stati ladri: dal 1933 in poi, ovunque abbiano avuto potere».

Per questo il libro di Fabio Isman, già giornalista al Gazzettino e al Messaggero, "L'arte razziata dai nazisti. Gli ultimi prigionieri di guerra" (il Mulino, 226 pag. 17) è anche uno dei capisaldi della storia delle attuali relazioni tra paesi e genti. Perché, come racconta lo scrittore, non passa settimana che non si ritrovi un'opera razziata in giro per il mondo, in percentuale altissima a collezionisti ebrei. Per questi capolavori la guerra non sembra finita nemmeno dopo 80 anni. I "prigionieri di guerra" hanno nomi che vanno da Éduard Manet a Gustav Klimt e Pablo Picasso, da Gianbattista Tiepolo, Raffaello o Tiziano. Il Führer (che non era stato accolto all'Accademia di belle arti di Vienna, e che si riteneva un intenditore) aveva progettato, senza poterlo realizzare, per la città austriaca di Linz un maestoso museo che avrebbe dovuto contenere tutte le opere d'arte in suo possesso. Per quelle "rapine" il regime nazista trovò alleati che riuscirono a far vendere opere a buon prezzo o con sotterfugi. Tanti i casi: «Gli americani dell'Art Looting Investigation Unit - scrive Isman - certificano di un'Italia "piena di intermediari e mercanti che usarono ogni mezzo per prendere i soldi dei loro alleati tedeschi"».