Nel nostro Paese, lo spazio dei soft target è per definizione vastissimo: festività religiose, celebrazioni identitarie, iniziative culturali, manifestazioni politiche, concerti, piazze turistiche. Il bersaglio non è solo simbolico, è anche replicabile. Il quadro si complica nell’incrocio che oggi alza la temperatura della sicurezza interna. La polarizzazione internazionale legata al conflitto Gaza-Israele si riflette nelle piazze europee, si amplifica sui social e interseca la conflittualità di ordine pubblico registrando un volume molto elevato di iniziative «a sostegno della pace». Il nodo non è il dissenso. È la dinamica. La piazza ampia è un ecosistema in cui una minoranza organizzata può agganciarsi e trasformare un corteo in un moltiplicatore di rischio: scontri, danneggiamenti, attacchi mirati, ricerca dell’obiettivo identitario. La presenza costante di frange antagoniste e anarchiche che tentano di guidare o incendiare la dinamica, talvolta contro la stessa base dei manifestanti, è il simbolo della saldatura tra terrorismo di matrice jihadista e eversione interna. Questo incrocio mostra non una fusione ideologica stabile, ma una contiguità funzionale.