Qualche inverno fa, nelle stesse ore, un quattordicenne gallese e uno moldavo batterono allo stesso un torneo di snooker un ex numero 4 e una ex campionessa del mondo. Tutt’e due dissero di essere andati “solo” per divertirsi, e il primo pensiero di noi boomer fu che a 14 anni quel “solo” dovrebbe essere tutto. La cosa più probabile è che Riley Powell e Vladislav Gradinari oggi stiano facendo lo stesso pensiero da anziani signori nel sentir parlare di Sarwagya Singh Kushwaha, indiano che non sa leggere né scrivere, ma è diventato il più giovane giocatore di scacchi di sempre in classifica. Ha il numero 1.572 del ranking e soprattutto ha 3 anni. Negli scacchi ogni tanto succede, e in questo periodo l’India venera il suo campione Viswanathan Anand quanto noi Jannik Sinner. Gli scacchi erano nicchia e sono la seconda attività dopo il cricket, una febbre collettiva, famiglie intere si spostano, sacrificano tutto, scommettono su un figlio come su una start-up.
C’è qualcosa di disturbante e irresistibile in un bimbo di tre anni che muove in modo divino cavalli e alfieri, non per la sua abilità, ma perché ci costringe a porci una domanda più ampia: che cosa stiamo chiedendo oggi all’infanzia e all’adolescenza? Il problema non è la loro precocità. Abbiamo avuto Mozart compositore a cinque anni, chirurghi all’età di sette, scrittrici di successo a otto. Ogni talento va protetto e coltivato. Il punto vero è la nostra ansia adulta che spinge a immaginare il futuro al posto loro. “Vogliamo che diventi un grande maestro” ha detto il papà: cioè il grado più alto degli scacchi.






