iRobot ha presentato istanza di fallimento. E non è solo una notizia di mercato. Piuttosto è la fine simbolica di un’epoca. Perché per chi ha vissuto i primi anni Duemila, Roomba non era semplicemente un robot aspirapolvere. Era il robot aspirapolvere. Il primo vero robot domestico di massa, quello che entrava in casa, girava da solo, sbatteva contro i muri e ti faceva pensare che il futuro fosse già lì, sotto al divano.

iRobot, fondata nel 1990 da ingegneri del MIT, aveva fatto qualcosa che pochissimi riescono a fare: trasformare una tecnologia complessa in un oggetto popolare. Oltre 40 milioni di robot venduti nel mondo. Un nome diventato sinonimo di categoria. Oggi quel nome passa di mano. E passa in Cina.

Azioni azzerate

La società americana ha presentato istanza di Chapter 11 negli Stati Uniti e ha accettato un piano che prevede il trasferimento del controllo al suo principale fornitore cinese, Shenzhen PICEA Robotics. Le azioni - che intanto, chiaramente, sono precipitate - verranno azzerate. Il titolo, per chi lo possedeva, non varrà più nulla. Formalmente l’azienda continuerà a operare, pagherà dipendenti e fornitori, resterà “going concern”. Sostanzialmente, però, è un’uscita di scena.