CASIER (TREVISO) - Tutte le borse che escono dai grandi musei italiani sono fatte a Dosson di Casier, a metà strada tra Mestre e Treviso. Anche quelle dei musei europei, da Parigi alla più lontana Islanda. E pure quelle dei grandi teatri, dalla Scala alla Fenice. E quelle dei grandi marchi della moda, dalla A di Armani alla M di Antonio Marras. Borse piccole e altre enormi, colorate o semplicemente disegnate, in carta, tela, plastica, cotone. Tutte uscite, con altre 5 milioni, dalla "Pasin Bags" di Massimo Pasin, trevigiano, 60 anni.

Sul tetto dell'azienda ha fatto accendere ogni notte la scritta "Ecumenico", non senza scatenare polemiche; un'installazione di light art realizzata da Andrea Bianconi. «Sono un provocatore, quella scritta vuole significare l'universalità dell'azienda. È un'opera artistica, sottolinea la capacità di mettersi in gioco con qualsiasi forma». Per Pasin una borsa è arte, non un semplice portaoggetti: «È diventato quasi uno status symbol per le grandi firme, è un grande contenitore che è in grado di far passeggiare dei contenuti. Se hai una forma e un'immagine può essere importante, oltre che per comunicare anche per far esistere un brand». La "Pasin Bags" produce e commercializza milioni di shopper di ogni dimensione. Un fatturato di 2 milioni di euro, 25 dipendenti. Di recente è stata respinta una richiesta di acquisizione da parte di un grande concorrente tedesco. La lista dei clienti va dal museo Guggenheim a Palazzo Grassi, alla Triennale di Milano; dalla Scala di Milano al Teatro Massimo di Palermo; dalla Mondadori all'Einaudi; dalla Fincantieri alla Illy Caffè. Sino a Cinecittà e al Consorzio Cortina. Tanto per citarne alcuni. A far nascere l'azienda è stato Massimo Pasin, un figlio, Pietro, 23 anni, studente in giurisprudenza. Voleva fare il ristoratore, come il padre, o forse l'architetto come nei sogni, la vita lo ha presto costretto a fare i conti con la realtà.