Un’ora e venti di discorso, intervallato da circa quaranta applausi - incluse le standing ovation sul consenso libero e attuale e il riconoscimento dello stato di Palestina - e nessun voto contrario sulla relazione presentata. All’Auditorium Antonianum è il giorno di Elly Schlein in versione meno “di lotta” e più “di governo”. Quella a cui spetta chiedere all’assemblea del Pd «impegno» sul no al referendum sulla giustizia» e «partecipazione» al percorso programmatico che verrà avviato da gennaio. Ma pure quella chiamata a disinnescare i distinguo interni a colpi di «serve più rispetto tra noi», promettendo più spazi di confronto. Anche se alle fisiologiche frizioni con i riformisti, questa volta si è aggiunta pure l’insofferenza della sinistra del partito per l’ingresso in maggioranza dell’area di Stefano Bonaccini.

Non si è trattato solo di mettere in piedi un “contropalco” per Atreju: nella sua relazione fiume, ben più lunga dell’intervento quasi in contemporanea fatto dalla premier, la segretaria dem ha stilato una vera e propria dichiarazione di intenti contro le politiche portate avanti dal governo di Giorgia Meloni: dall’aumento della pressione fiscale al carovita, passando per i tagli su sicurezza e comuni in combinato disposto con una manovra nel «solco dell’austerità», e a cui si uniscono le ambiguità in politica estera («Da vassalli non si difende l'interesse nazionale»). Una realtà, affonda Schlein, «che non vedrete su “tele-Meloni”», dove - spiega - si ripete che va tutto bene: «Meloni esca da palazzo Chigi, faccia un giro».