Chi è già volontario o sta pensando di impegnarsi seriamente per una buona causa, oggi, ha una ragione in più per farlo. Dal 2026, infatti, le competenze maturate svolgendo queste attività benefiche verranno formalmente riconosciute ai fini lavorativi, formativi, scolastici e universitari. Una piccola “rivoluzione” per il mondo del no-profit e per migliaia di studenti o lavoratori di ogni età. Vediamo i requisiti necessari e come fare. Parte il riconoscimento delle attività di volontariato: che cosa cambia dal 2026 Il provvedimento giunge al termine di un lungo iter di riforma del terzo settore e di vari tasselli normativi. L'ultimo, in ordine di tempo, è il decreto del ministero del Lavoro e delle politiche sociali (firmato anche dai ministri dell'Istruzione e merito, dell'Università e ricerca e della Pubblica amministrazione) pubblicato a fine ottobre. In base alle disposizioni, i soggetti titolati a riconoscere le competenze acquisite sul campo dai volontari saranno gli enti del terzo settore (136.311 quelli iscritti al Registro Unico Nazionale del Terzo settore fra organizzazioni di volontariato, associazioni di promozione sociale, enti filantropici, imprese e cooperative sociali, società di mutuo soccorso e reti associative). Ma occorre rispettare alcuni criteri. I requisiti per chiedere il riconoscimento delle competenze acquisite Innanzitutto, serve svolgere un'attività di volontariato della durata di almeno 60 ore in dodici mesi. Dunque, ai fini dell'attestazione, non sono ammesse eventuali partecipazioni sporadiche a eventi benefici o, per esempio, la presenza a una sola giornata di raccolta fondi. Bisogna, inoltre, definire un progetto formativo dell'attività (il cosiddetto “patto di servizio”), in modo che le competenze maturate durante il percorso possano essere ben delineate. Un passaggio che, secondo quanto avviene già abitualmente nel mondo del no-profit, avverrà con un colloquio preliminare con il volontario per capire quali sono le sue aspirazioni e in che cosa si sente più motivato a cimentarsi. Il progetto personalizzato, quindi, descriverà nel dettaglio compiti svolti e abilità acquisite. Prevista anche l'assegnazione di un tutor, selezionato fra gli esperti no-profit, per seguire la pratica e l'intero percorso del volontario fino all'attestazione finale (senza nessun costo per le casse pubbliche). Chi può chiederlo e per che cosa è ammesso Già da gennaio prossimo, dunque, un volontario attivo o chiunque decida di fare questa esperienza, può scegliere un ente del terzo settore (ETS) seguendo l'iter indicato per ottenere il riconoscimento. Attenzione: sarà possibile attestare eventuali competenze maturate durante attività benefiche anche ex post, a patto di poter ricostruire quanto svolto secondo la procedura (ovvero descrivere le attività fatte, l'incarico ricoperto, i compiti assegnati, ore di tempo impegnate, abilità messe in atto ed esperienze conseguite). Ma quali competenze potranno essere formalmente attestate? «Ci concentreremo sulle cosiddette “soft skills” e su quelle della persona» spiega Patrizia Bertoni, responsabile nazionale formazione del Forum Terzo Settore, principale organismo di rappresentanza in Italia. «Per esempio, la capacità di relazionarsi con gli altri, quella di coordinarsi e lavorare in gruppo, saper gestire un imprevisto e trovare una soluzione. E ancora, la necessità di prendere una decisione o “imparare ad imparare”, strategica nella carriera lavorativa di ognuno». In quest'ultimo caso, il focus non è tanto l'atteggiamento ad apprendere quanto a non smettere di farlo per restare al passo con i cambiamenti del mondo del lavoro e mantenersi innovativi. L'iter per ottenerlo: come individuare, valutare e attestare le competenze Spetta al volontario scegliere un ente di terzo settore dove fare il riconoscimento e avanzare la richiesta. A titolo esemplificativo, se si decide di impegnarsi per difendere la natura presso un'associazione ambientalista o aiutare il volontario dovrà individuare un'attività concreta e, insieme al tutor dedicato, le azioni che svolgerà e con quali risultati attesi. L'affiancamento dell'esperto servirà anche a valutare le abilità messe in campo dal volontario o maturate nel tempo per stilare l'attestato finale. Nella pratica, si tratterà di una auto-dichiarazione del volontario (sempre con la supervisione del tutor) ma comprovata dall'ente, dunque valevole “erga omnes”. Il riconoscimento sarà poi archiviato e conservato (probabilmente in un cloud) per garantire la portabilità delle competenze in qualsiasi momento, anche ai fini dell'occupabilità (uno degli obiettivi di questo intervento). Ma l'auspicio del terzo settore è che questo riconoscimento possa trovare spazio all'interno del contenitore della carta d'identità digitale (CIE) ovvero del prossimo portafoglio digitale europeo, in modo da essere interoperabile in Europa (EUDI Wallet). Quanto al perimetro, una recente ricerca sulle competenze dei volontari condotta dal Forum Terzo settore e Caritas in collaborazione con il dipartimento di Scienze della formazione dell'università Roma Tre, ha individuato fino a undici tipologie di competenze trasversali messe in atto e utilizzate oggi dai volontari nel corso delle attività a scopo benefico: dalla capacità di comunicare in modo efficace allo spirito di collaborazione, dalla gestione delle proprie emozioni all'empatia fino all'attitudine ad affrontare i cambiamenti e adattarsi. Non solo. Gli ultimi dati Istat fotografano le attività di volontariato equiparabili a professioni presenti nel mondo del lavoro. Un quarto di volontari, per esempio, è impegnato in attività qualificate nei servizi alla persona: cura di bambini, anziani, malati, servizi di ristorazione. Un altro 8% svolge attività pari a professioni intellettuali e altamente specializzate quali medici, legali, docenti, comunicatori, musicisti e altri professionisti della cultura e dell’informazione. Circa il 6% di volontari ha ruoli di ufficio, segreteria, gestione amministrativa, centralino o supporto nelle pratiche burocratiche. Quanto alle attività tecniche, più di un quarto di volontari si presta a una varietà di ruoli nei servizi sociali (assistenti, mediatori, catechisti), nel turismo e nello sport (animatori, guide, istruttori), nelle mansioni sanitarie. E ci sono anche volontari conducenti di veicoli o chi fa attività manuali specializzate come artigianato e agricoltura. Ma quali sono i vantaggi pratici del riconoscimento formale delle competenze da volontariato? Vantaggi pratici: uso nei concorsi pubblici, come titoli o elementi di merito Ebbene, l'attestato potrà valere come “plus” nei percorsi formativi ma anche nei processi di selezione del personale e nei concorsi pubblici. «Al pari di quanto avviene per il servizio civile si tradurrà in un punteggio in più» prosegue Bertoni del Forum Terzo Settore. «A parità di punteggio, inoltre, nel concorso pubblico sarà prescelto il candidato che ha fatto attività di volontariato». Quanto al settore privato, già oggi chi fa recruiting valuta positivamente eventuali impegni dei candidati in tal senso. Secondo un'indagine dell'Osservatorio volontariato – Dono e Agire gratuito condotta da Ipsos, un quarto degli intervistati confessa di essere stato spinto anche da questa esigenza: l'8% per arricchire il proprio curriculum con attività extra mentre un altro 16% per modellare più competenze. E queste percentuali salgono nella fascia di età 18-24 anni, rispettivamente, al 17% e al 27%. Spesso, perché non si hanno altre chance per formarsi e il volontariato diventa un'opportunità per mettersi alla prova. Valore in ambito scolastico A livello scolastico e universitario, invece, il riconoscimento delle competenze da volontariato sarà convertito in crediti. In genere, agli studenti si riconoscono solo tre crediti formativi per questi extra: in pratica, come se si abbonassero le attività di laboratorio. Ma l'obiettivo è far riconoscere almeno 12 CFU, pari a un esame di un corso di laurea, o anche di più. Va detto che molti atenei hanno già un proprio binario. «Dal 2009 a oggi, abbiamo attivato tre diversi programmi di volontariato» racconta Marco Caselli, ordinario di Sociologia alla facoltà di Scienze politiche e direttore del Centro di ateneo per la solidarietà internazionale dell'Università Cattolica. «Sono esperienze di conoscenza, confronto e formazione. Si pensi, per esempio, agli studenti medici che vanno come volontari all'estero. Studiamo come farle coincidere con l'estate, quando non ci sono le lezioni in aula. Ovviamente, riconosciamo le attività svolte anche come crediti ma questo viene deciso per singola facoltà e per singolo corso di laurea». Costi-benefici per terzo settore e volontari Per il mondo del no-profit non sono previsti finanziamenti pubblici per questo piano. Ma mettere in piedi un sistema di attestazione per avere valenza di contesto formativo richiede un certo sforzo, anche economico. Va messa a punto una procedura standard (anche a livello informatico) e uno spazio di archiviazione per garantire la portabilità dell'utente. Non ultimo, vanno rispettate le regole della privacy. Ma un volontario che sposa una causa è sempre accolto a braccia aperte. Stando agli ultimi dati Istat, in Italia, “l'esercito del bene” raccoglie quasi 4,7 milioni di persone che svolgono attività di volontariato organizzato o con aiuti diretti: si tratta del 9,1% della popolazione. Il settore vive una fase di forte evoluzione. Se, negli ultimi anni, il numero di chi si dedica agli altri è in calo (a livello nazionale, 3,6% in meno rispetto al 2013), si consolida, tuttavia, il fronte dei “super impegnati”. In primo luogo, crescono a ritmo serrato i volontari “ibridi” ovvero quelli attivi sia in organizzazioni e associazioni strutturate sia in modo autonomo, sostenendo in prima persona chi è in difficoltà (questa fetta conta ormai un milione di persone). E quattro volontari su dieci confessano di onorare questo impegno addirittura da oltre 10 anni, confermando uno “zoccolo” di persone stabilmente motivate ad agire per il prossimo. Un “tesoro” prezioso che è bene non disperdere.