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26 LUGLIO 2025

Ultimo aggiornamento: 8:04

In un’epoca segnata da crisi globali, tagli alla cooperazione e derive populiste, la solidarietà internazionale dovrebbe essere più urgente, più radicale e più trasformativa che mai. Eppure, molte iniziative di volontariato sembrano oggi allontanarsi da questi ideali. Al contrario: sempre più spesso si trasformano in palcoscenici dove a dominare non è la giustizia sociale, ma l’ego del volontario. Tra white saviourism, volunturismo e capitalismo emozionale, il volontariato rischia di diventare uno spettacolo narcisista, più attento alla narrazione del “io ho aiutato” che all’impatto reale sulle comunità coinvolte. Il medico e cooperante Iñaki Alegría, su El País nel luglio 2025 nell’articolo “El negocio de sentirse bien en verano”, spiega come si stia assistendo a un vero e proprio boom del volontariato estivo, spesso senza alcuna formazione adeguata, soprattutto in ambito medico.

Giovani provenienti dal Nord globale si recano in Paesi impoveriti per “fare del bene”, con risultati talvolta disastrosi: sistemi sanitari locali interferiti, comunità trattate come oggetti esotici da fotografare, bambini trasformati in protagonisti inconsapevoli di contenuti social destinati al consumo online. A rafforzare questa critica, la giornalista Martina Merlino, sempre su El País nel 2021, già metteva a fuoco un’altra dimensione: quella delle narrazioni. Nell’articolo “¿Por qué los blancos siempre tienen que ser los protagonistas de la historia?”, Merlino denunciava come la comunicazione umanitaria mainstream insista nel rappresentare l’operatore bianco come eroe, mentre le persone locali vengono sistematicamente marginalizzate, ridotte a comparse passive. Una narrazione tossica che perpetua gerarchie coloniali e rafforza un’idea di superiorità culturale mai davvero decostruita.