Dopo settimane di rinvii, pressioni incrociate e quei negoziati ad alta tensione che sembrano usciti da un thriller di spionaggio industriale, la Commissione europea sta per presentare, martedì 16 dicembre, il suo pacchetto sull'automotive. E che pacchetto: una svolta che potrebbe mandare in soffitta l'impianto originario del Green Deal, quel piano ambizioso che voleva ridurre le emissioni di CO2 delle auto al 100% entro il 2035, spedendo benzina e diesel nel museo delle reliquie fossili. Invece, pare che si passi a un target più accomodante del 90%, una mossa che riapre la porta al motore termico anche oltre quella data fatidica. Non un divieto formale, badate bene, ma un limite alle emissioni delle flotte che prima rendeva impossibile vendere auto a combustione, compatibili solo con l'elettrico puro. Ora, con un colpo di neutralità tecnologica – tanto cara a Italia e Germania – i costruttori potranno scegliere come tagliare la CO2, senza diktat dall'alto. "Tutte le tecnologie resteranno sul mercato", ha anticipato Manfred Weber, il capogruppo del Ppe, con quel tono da saggio mediatore che definisce un 90% "molto ambizioso" ma sostenibile per l'industria. Come dire: salviamo il clima, ma senza affondare le fabbriche. E così, nel nuovo quadro, entrano in scena i biocarburanti, i carburanti sintetici, le elettriche con range extender e persino le ibride plug-in, nodo ancora sensibile come una ferita aperta. Niente rinvio al 2040 per il 100%, no: si cambia proprio l'approccio, con compensazioni delle emissioni residue lungo la filiera, un po' come barare al solitario climatico. Certo, Weber è influente, ma aspettiamo di vedere come il collegio dei commissari licenzierà il tutto, ché in Europa le anticipazioni valgono quanto un pronostico sul tempo. Accanto alla revisione degli standard CO2, il pacchetto infila misure industriali: incentivi per chi produce in casa, una strategia sulle batterie, una categoria normativa light per le utilitarie elettriche e un capitolo sulle flotte aziendali, dove si litiga tra obiettivi vincolanti e blande raccomandazioni. Il compromesso? Non è definitivo. Francia e Spagna difendono l'impianto originario, i Verdi gridano all'arretramento che semina incertezza, come se il futuro non fosse già un gran caos di transizioni. Alla fine, tocca a Ursula von der Leyen bilanciare competitività, occupazione e credibilità climatica, in uno dei dossier più spinosi della nuova legislatura. Come se l'Europa, eterna indecisa, stesse decidendo se accelerare verso il verde o frenare per non sbandare.