Guardando le foto delle manifestazioni sindacali del 12 dicembre due cose mi hanno colpito: la minore partecipazione rispetto ai più recenti molteplici show landiniani (evidentemente anche manifestare stanca) e la poca presenza (nelle immagini consultate ho visto solo un “Ge.am. gestioni ambientali Genova porto”) di quegli striscioni delle organizzazioni d’impresa (tipo “la Cgil della Piaggio” o il “consiglio di fabbrica della Pirelli) che dominavano la scena dei grandi scioperi generali dal 1948 in poi. Stanchezza e assenza di settori del mondo del lavoro rivelano la debolezza della strategia della Cgil, ma non spiegano la caparbia con cui il sindacalista reggiano si muove e che non deriva, però, come spesso si scrive, dalla sua ambizione di diventare leader della sinistra italiana. Landini non è un Juan Domingo Peron, un generale avventuroso protagonista della politica argentina, non è uno dei personaggi inventati dalla nostra disperata politica tipo Giuseppe Conte o Elly Schlein: è un operaio di Reggio Emilia, con padre partigiano, abile contrattualista, man mano leader provinciale, regionale, nazionale della Fiom e poi segretario generale della Cgil. Certo il suo linguaggio dimostra un’inadeguatezza per il ruolo che sta oggi svolgendo, ma ha una razionalità frutto di una storia politico-sindacale.