Leggiamo che «la resistenza palestinese è una risposta militare e alla negazione dei diritti fondamentali. Il diritto internazionale riconosce il diritto dei popoli occupati alla resistenza, ma impone limiti chiari, come il divieto di colpire civili. La narrativa dominante criminalizza ogni forma legittima di resistenza palestinese, mentre legittima la violenza sistematica dell’occupazione israeliana». Anche qui, forse per colpa di qualche vuoto mnemonico, non nomina Hamas, che non è minimamente sinonimo di resistenza, bensì un’organizzazione terroristica. E proprio quell’organizzazione ha colpito oltre 1200 israeliani. Erano civili. Al punto nove abbiamo la «Tensione tra diritto e politica». E la chiusura del decalogo è affidata al termine per eccellenza: «Genocidio». Perché chiunque non si pieghi alla sopracitata narrazione decisa dall’alto, è accusato di essere un complice della oramai nota (a non identificata) entità sionista: «Tra Palestina e Israele non è una guerra, è una forma di scontro coloniale: non ci sono due eserciti, non ci sono due stati». No, c’è una democrazia da un lato e dei tagliagola dall’altro.
La relatrice Onu se la prende con Valditara e lancia il decalogo della «Resistenza»
Francesca Albanese non finisce di sorprenderci. Dopo l'intervento del ministro dell'Istruzione Giuseppe Valditara, che ha avviato un'ispez...







