Dopo che l’Unesco ha riconosciuto la cucina italiana come patrimonio culturale immateriale dell’umanità, era solo questione di tempo prima che qualcuno, dall’altra parte della Manica, reagisse. Non con risentimento, ma con ironia. Il Telegraph lo ha fatto nel modo più britannico possibile: prendendo sul serio solo ciò che di solito non lo è affatto.
Cucina italiana, è fatta: diventa Patrimonio immateriale dell’Unesco
Il risultato è un articolo che non difende la “grande cucina” inglese — ammesso che qualcuno senta il bisogno di farlo — ma ribalta il cliché della British food come sinonimo di tristezza, bollitura e assenza di gusto. Lo fa elencando piatti improbabili, comfort food senza alcuna ambizione estetica, ricette nate tra pub, chip shop e stadi di provincia. Non per dimostrare che siano migliori della parmigiana o del risotto alla milanese, ma per suggerire un’idea diversa di patrimonio: non un canone, ma una pratica vissuta.
Parigi snobba l’Italia: "Siamo noi la capitale della cucina. Londra, New York e Tokyo le rivali”
C’è il deep-fried jam sandwich di Delia Smith, per esempio: una specie di ciambella ripiena travestita da panino, fritta nell’olio bollente e servita allo stadio di Norwich. Un’idea che sembra uno scherzo, e invece racconta un’intera grammatica del mangiare britannico: il culto della frittura, la sacralità del giorno della partita, la fiducia assoluta che — se ben fatto — tutto possa migliorare passando dal deep fryer. Dalla frittura del Mars bar al haggis croccante — l’insaccato nazionale scozzese a base di frattaglie e avena, speziato e sorprendentemente equilibrato — l’olio diventa linguaggio identitario.












