Lo spread tra Btp e Bund tedeschi a quota 67 punti base, ai minimi dal 2008, è certamente una buona notizia per i nostri conti pubblici, se si considera che è stato proprio il differenziale tra i titoli decennali del Tesoro e gli omologhi tedeschi l’osservato speciale per ogni governo che si è succeduto dal 2011 in poi (quando lo spread arrivò a toccare il massimo storico dei 575 punti base). Termometro dell’affidabilità di un paese, ora lo spread non fa più paura, anzi potrebbero aprirsi dei margini per le future politiche di bilancio. In che misura e con quali limiti e compatibilità?
Cosa c’è dietro il calo dello spread
Se andiamo ad analizzare il dato, non vi è dubbio che dietro il calo dello spread interagiscano una pluralità di fattori. Il primo ha a che fare con l’andamento dell’economia tedesca, che dopo essere scivolata in recessione quest’anno crescerà, secondo le stime della Commissione europea, solo di un modesto 0,2%, per salire all’1,2% nel 2026. Le difficoltà con cui si dibatte l’economia tedesca non possono che avere effetti sulla percezione del “rischio paese” sui mercati, con l’inevitabile conseguenza dell’aumento dei rendimenti dei Bund: ora il rendimento del decennale italiano si attesta al 3,53% e quello tedesco al 2,85 per cento. Quindi, almeno da questo punto di vista, si può sostenere che una parte del calo dello spread da noi è da attribuire all’aumento dei rendimenti dei Bund. Non è tutto però, poiché indubbiamente parte della riduzione del differenziale con il decennale tedesco è anche da attribuire alla condotta prudente seguita finora dal Governo sul versante dei conti pubblici, che ha ottenuto un implicito “riconoscimento” dei recenti giudizi emessi dalle principali agenzie di rating. Ed è implicitamente anche un “premio” alla stabilità di governo. Due asset importanti, tenendo però conto che la priorità resta potenziare la crescita (quest’anno non si andrà oltre lo 0,5%), accrescere per quanto possibile l’avanzo primario (quest’anno allo 0,9%) avviando una costante, se pur graduale discesa del debito. Pesa – come più volte ribadito dal Governo - l’eredità dei Superbonus edilizi (pari a circa 40 miliardi l’anno), tanto che il debito si attesterà quest’anno al 136,2% del Pil in aumento al 137,4% nel 2026, per poi ridursi al 137,3% nel 2027 e al 136,4% nel 2028.







