Il 60% di possibilità di superare un esame universitario, il 25% di vedere una partita di calcio finire in pareggio, lo 0,2% di incorrere in un incidente d’auto in un anno: le previsioni plasmano la nostra quotidianità e le nostre aspettative. Eppure secondo David Spiegelhalter, professore emerito all’Università di Cambridge, nel Regno Unito, e uno dei più importanti esperti di statistica al mondo, la probabilità sarebbe un’illusione.
“Si tratta di una costruzione umana basata su valutazioni, convinzioni, ipotesi, sia personali sia collettive”, ha spiegato il docente durante una recente lezione a Padova, in occasione del Festival del Comitato italiano per il controllo delle affermazioni sulle pseudoscienze (Cicap). “Ogni volta che diamo credito a un valore percentuale stiamo colmando le nostre incertezze, non fotografando una realtà indipendente. Occorre cioè accettare il fatto che la probabilità ha in sé una componente filosofica e che in gran parte è una nostra invenzione”.
Un dibattito storico
Il punto di vista del luminare ha origini che affondano nella storia: già nel Settecento Thomas Bayes, matematico e filosofo, aveva espresso per primo questa idea, poi formalizzata all’inizio del Novecento da studiosi come Frank Ramsey e Bruno de Finetti. Da loro prende forma la corrente bayesiana, a cui si contrappone quella dei frequentisti, rappresentati dagli statistici Ronald Fisher e Jerzy Neyman, secondo i quali la probabilità rappresenta la frequenza con cui un evento si ripete quando si effettuano numerose prove identiche: per esempio, lanciando una moneta migliaia di volte, testa e croce tendono a presentarsi ciascuna in circa la metà dei casi.






