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Quarant’anni fa, il 12 dicembre 1985, la famiglia Popa si presentò vestita bene alla porta dell’ambasciata italiana di Tirana, in Albania. Chiacchierarono fra loro in italiano di fronte al poliziotto albanese di guardia, un po’ distratto, e con nonchalance entrarono. Quando il poliziotto si accorse di cosa stava succedendo cercò di farli uscire, ma era troppo tardi: i due fratelli e le quattro sorelle Popa fecero immediatamente domanda di asilo politico. Seguì una grande crisi diplomatica fra Italia e Albania e una specie di assedio dell’ambasciata durato quasi cinque anni: i Popa vissero lì dentro fino al 1990, quando infine il governo albanese cedette e quello italiano li portò a Roma.
Per quattro anni e mezzo i Popa furono il simbolo della resistenza e della volontà di fuga del popolo albanese dal regime comunista che governava il paese in modo repressivo e lo isolava dal resto del mondo. Pochi mesi dopo il loro arrivo in Italia, in Albania iniziarono proteste che portarono a una transizione verso la democrazia e alla liberalizzazione dei viaggi all’estero. La storia dei Popa in Italia invece non finì bene, fra mancata integrazione e povertà.
Nel dicembre del 1985 a Tirana c’era una parata militare: pochi mesi prima era morto Enver Hoxha, il dittatore che aveva governato l’Albania per quarant’anni, dalla fine della Seconda Guerra mondiale alla morte. Gli era succeduto Ramiz Alia, nuovo segretario del partito del Lavoro e primo ministro.







