Con una breve nota di poche righe, Generali e i francesi di Bpce-Natixis, hanno comunicato l’interruzione delle trattative per la creazione di una joint venture nel risparmio gestito. Una operazione che avrebbe consegnato 650 degli oltre 850 miliardi di risparmio degli italiani, ad una nuova entità che, nei fatti, avrebbe avuto la testa fuori dai confini nazionali. Il comunicato di Bpce-Natixis spiega che alla decisione si è giunti dopo che le due società hanno condotto approfondite interlocuzioni e consultazioni con gli stakeholder interessati, secondo quanto stabilito dai processi e dai modelli di governance delle rispettive società. L’esito dei colloqui con tutte le parti interessate, dunque, è stato negativo. E le due società ne hanno preso atto. «Generali e Bpce», spiega la nota, «hanno stabilito congiuntamente di interrompere le consultazioni, in linea con i termini comunicati il 15 settembre scorso, concludendo che non sussistono le condizioni per raggiungere un accordo definitivo». Si chiude in questo modo una partita ben undici mesi fa,cominciata il 21 gennaio scorso, quando a sorpresa, e a un passo dalla sua scadenza, il consiglio di amministrazione delle Generali aveva approvato l’operazione con la controparte francese. Un’operazione che sin dalle prime battute aveva presentato alcune evidenti anomalie. Nella nuova “casa comune” ci sarebbe stato un azionista di maggioranza, Bpce-Natixis con il 50 per cento delle quote, un secondo azionista, le Generali con il 42 per cento, e poi un terzo azionista, Cathay Life con, in trasparenza, l’8 per cento. La guida sarebbe stata affidata a un manager americano, Woody Bradford, da poco entrato nel mondo Generali e proveniente da Conning, una società precedentemente acquisita da Cathay Life. Ed era persino stata decisa una “multa” di 50 milioni a chi avesse interrotto le trattative (poi cancellata). Una delle obiezioni principali all’operazione, è stata che i centri decisionali di investimento si sarebbero spostati dall’Italia. Con un paradosso. Che i soldi dei risparmiatori italiani avrebbero finito per alimentare economie estere e la crescita di imprese di altre nazioni. Il risparmio è alla base di investimenti, che a loro volta alimentano lo sviluppo. Un acceso dibattito, inoltre, si era sviluppato anche attorno alla quota del debito pubblico custodita dal Leone di Trieste, all’epoca della sottoscrizione degli accordi erano 37 miliardi di euro.