Ascoltare le «legittime preoccupazioni» degli elettori per l’immigrazione e agire di conseguenza «non è populismo, è democrazia». Frase che avrebbe potuto essere scritta da Giorgia Meloni o un altro esponente di destra, invece stavolta no. La firmano il premier britannico Keir Starmer e la sua collega danese Mette Frederiksen, che in Europa appartengono allo stesso schieramento di Elly Schlein e del Pd. Sul grande tema della nostra epoca, la sinistra italiana è sempre più isolata da quella continentale. La gran parte dei progressisti che governano, toccano la questione con mano e ogni giorno ne rispondono agli elettori, ha trovato un linguaggio comune con i leader moderati e di destra.
L’ultimo atto è questa lunga dichiarazione, scritta a quattro mani. Laburista Starmer e socialdemocratica Frederiksen: i loro partiti sono membri della famiglia europea dei Socialisti, la stessa del Pd. L’ha pubblicata The Guardian, quotidiano progressista inglese, e non è casuale che sia successo ieri. Nei giorni scorsi il consiglio dei ministri europei dell’Interno ha raggiunto l’accordo sulle nuove regole per i rimpatri degli immigrati irregolari: di fatto, il via libera all’adozione del “modello Albania” da parte di tutti i Paesi Ue. E proprio ieri la creazione di “hub” nei Paesi terzi perla gestione degli immigrati è stata proposta dal Consiglio d’Europa, l’organizzazione dei quarantasei Stati che hanno sottoscritto la Convenzione europea dei diritti dell’Uomo. In quella stessa sede, con un’iniziativa promossa da Carlo Nordio e altri ventisei ministri della Giustizia, inclusi quelli di Regno Unito e Danimarca, è stato fatto il primo passo per cambiare i criteri con cui la Corte europea dei diritti dell’Uomo interpreta la Convenzione quando giudica i casi d’immigrazione irregolare.









