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Ultimo aggiornamento: 12:27
Questa volta non è andata. Dopo Dante, la Costituzione, i Dieci comandamenti, dopo essere riuscito a emozionarci persino parlando del carbone e dell’acciaio come punto di partenza per l’Unione europea, Benigni è inciampato nell’occasione che sembrava meglio prestarsi alla sua narrazione, la vita di Pietro. Non è andata: anche gli ascolti ci parlano di un buon risultato ma non di quel boom a cui ci avevano abituato queste serate (Il sogno, il racconto dell’unione europea, tema più ostico, meno popolare aveva fatto un 4 per cento in più). La cosa mi dispiace, non faccio parte della schiera di coloro che da anni rimproverano a Benigni la sua vena celebrativa e aspettavano con ansia una sua caduta. Io, sia chiaro, a Benigni, per usare un’espressione su cui ieri sera ha fatto molte riflessioni, voglio bene. Ma questa volta, lo dico a malincuore, qualcosa non ha funzionato. Che cosa? Non mi addentro nei contenuti del racconto, nelle questioni scientifiche dell’archeologia, dell’agiografia o della teologia, nel suo modo di leggere i Vangeli, ciò che sempre è esposto a critiche severe.
Mi limito ai problemi della costruzione del racconto e della sua messa in scena televisiva.








