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Ultimo aggiornamento: 17:49

I primi sintomi della crisi che ha portato all’apertura dell’indagine dell’Ats sull’ospedale San Raffaele di Milano si erano manifestati già settimane fa. Gli errori, i problemi comunicativi, le difficoltà nella gestione dei farmaci e la mancanza di conoscenza delle procedure cliniche, denunciati nelle ultime ore, sono frutto di scelte dirigenziali precise, compiute dai vertici del colosso della sanità privata che opera in convenzione con il Servizio sanitario. Negli ultimi tre mesi, stando a quanto riferito dal sindacato Nursind a ilfattoquotidiano.it, 16 infermieri che lavoravano nel reparto interessato dai disservizi del 5, 6 e 7 dicembre si sono dimessi, compresa la loro coordinatrice. Un’emorragia rapidissima (e un allarme lanciato dai dipendenti riguardo le loro condizioni lavorative) che l’ormai ex amministratore unico, Francesco Galli, non ha saputo gestire. Le corsie sono rimaste sguarnite, ma serviva una soluzione per continuare ad erogare i servizi – nonché a mandare avanti il business del gruppo San Donato, di cui fa parte il San Raffaele, che nel 2024 ha fatturato 2,57 miliardi di euro con un aumento del 30% sul 2023 e del 49% sul 2019. La soluzione pensata dalla dirigenza è stata quella di appaltare completamente i servizi a una cooperativa esterna, risparmiando sul costo del lavoro e tagliando sulla qualità delle cure offerte ai pazienti. Mettendo in mano un reparto complesso a infermieri in gran parte neolaureati, che si sono trovati a fronteggiare emergenze senza alcun affiancamento. Giovani professionisti catapultati in un ospedale che non conoscono, senza alcun riferimento.