Non sottovalutiamo il clima che nel Paese si fa sempre più pesante. Non è azzardato parlare di eversione strisciante. Maurizio Landini un anno fa ha inneggiato alla rivolta sociale e dopodomani tenterà la sua spallata con l’ennesimo sciopero generale, stavolta in solitaria, visto che il governo ha chiuso i contratti con i suoi colleghi. I pericoli però non arrivano certo dal segretario della Cgil, ormai più guitto televisivo che leader sindacale, anche se la scorsa settimana una squadraccia della Fiom ha picchiato alcuni delegati della Cisl, senza che lui si sia neppure sentito in dovere di scusarsi. Il partigiano reggiano guida un esercito di pensionati e di gruppetti di lavoratori che ancora non hanno capito di essere ingannati da decenni proprio da chi dice di volerli tutelare e invece li usa per fare politica. È del tutto inoffensivo, oltre che inefficace.
Le casematte del disordine sono i centri sociali, in particolare quello torinese di Askatasuna. Sono luoghi di violenza nobilitata dal diritto al dissenso; sono tollerati, oltre che difesi, dalle amministrazioni dem, che sperano così di coltivare bacini di voto, o non osano attaccarli per timore di essere scavalcate a sinistra da forze come Avs, alle quali hanno rimesso la propria linea politica. La circostanza che governi il centrodestra rende facile a questi teppisti agire. Gli estremisti in Parlamento li legittimano, Elly Schlein e compagni non li criticano e i media di area progressista li coccolano, ritenendoli complementari alle operazioni di boicottaggio della maggioranza: il braccio in piazza, la mente in redazione; per questo l’assalto alla Stampa è stato vissuto come un cortocircuito.














