Il ciclone Zaia ha certificato che il partito del Nord c’è già, almeno nella sostanza. Il “doge”, candidato consigliere in Veneto nelle sette province, ha preso 203.054 preferenze, il doppio di tutti i voti di Forza Italia, quasi il triplo di Alleanza Verdi Sinistra, più del quintuplo dei 5Stelle. La Lega ha preso 607mila voti, il 36,2%, mai così tanti nella Serenissima: certo, il partito ha beneficiato del consenso di Zaia, ma Zaia fa parte della Lega. Nessuno, da quando esistono le Regioni, da candidato consigliere ha mai preso tanti voti come il “doge”. Per comprendere ancora meglio il radicamento sul territorio, ce ne fosse bisogno, facciamo un paragone con quanto successo in Campania dove la lista del candidato governatore Roberto Fico s’è fermata al 5,4 (108mila voti) e il suo partito, i 5Stelle, si sono fermati al 9,1, ovvero 183mila voti, 20mila in meno di Zaia e meno di un terzo di quelli della Lega (in Veneto).
Nella forma il partito del Nord non c’è più, ma alla vigilia del voto che ha proclamato Alberto Stefani governatore il “doge” ha rilanciato l’idea di un’alleanza tra una Lega settentrionale, più autonoma sul territorio (scelte strategiche, candidature, ecc) e una nazionale. Adesso Zaia la ripropone, e se non ora quando. Il modello è quello alla tedesca: «Quando ho parlato di Csu e Cdu bavarese l’ho fatto ufficialmente a Pontida, ne ho parlato più volte negli anni anche a Salvini, è uno spunto di riflessione. Il Paese sta cambiando pelle, va verso federalismo e autonomia», sottolinea Zaia, «anche se altri cercano di tirare il freno a mano. C’è una questione meridionale innegabile, ritengo immorale che qualcuno debba andare a curarsi fuori regione, ma esiste anche una questione settentrionale che non è l’egoismo dei ricchi, mala necessità di fare qualche ritocco».











