Il giorno in cui Donald Trump accusa i leader europei di essere «deboli» e dice che Volodymyr Zelensky deve «darsi una mossa», accettare il piano di pace proposto da Washington e richiamare i suoi connazionali alle urne, il presidente ucraino è a Roma. A palazzo Chigi lo attende Giorgia Meloni, mediatrice di fatto tra lui e il presidente americano: i due si confrontano per un’ora e mezza. Prima, in mattinata, c’è stato l’incontro privato con Leone XIV a Castel Gandolfo: Zelensky coglie l’occasione per invitare il papa in Ucraina, spiega che «sarebbe un forte segnale di sostegno al nostro popolo».
Nelle stesse ore, a Kiev, si lavora alla controproposta al piano di pace di Trump, che potrebbe essere definita oggi. Zelensky fa sapere che conterrà venti punti, rispetto ai ventotto del testo americano: «I punti anti-ucraini sono stati rimossi». Sarebbe esclusa, in particolare, la cessione del Donbass, che Vladimir Putin definisce «un territorio storico della Russia»: qualcosa a cui Mosca non può rinunciare. Anche per questo, Roma è una tappa obbligata per Zelensky: al governo c’è uno dei pochi leader che hanno il rispetto di Trump. «Mi fido di Giorgia Meloni e credo che ci aiuterà», dice il leader ucraino ai cronisti prima di raggiungerla. Convinzione confermata al termine del confronto: «Abbiamo avuto un colloquio eccellente e molto approfondito. Apprezziamo il ruolo attivo dell’Italia».













