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In India circa 118 milioni di donne adulte, quasi un quinto del totale, ricevono dai governi di 12 stati dei sussidi in denaro: sono una forma di pagamento per il lavoro domestico, che nel paese ricade quasi totalmente sulle donne, anche più che altrove. I sussidi hanno effetti positivi, perché contribuiscono a migliorare condizioni, indipendenza e status delle donne indiane. Allo stesso tempo sono un potente strumento elettorale sfruttato dai politici per assicurarsi il voto femminile, spesso decisivo: in alcuni casi sono stati introdotti o modificati alla vigilia delle elezioni, tra varie polemiche.
L’India è uno stato federale in cui i governi dei vari stati hanno ampi poteri. Una forma di pagamento per il lavoro domestico delle donne fu introdotta per la prima volta nel 2013 dal governo di Goa, il più piccolo stato indiano, ex colonia portoghese. Iniziative simili si sono diffuse nel 2020, dopo la pandemia da coronavirus: iniziò l’Assam, stato del nord-est, seguito dal Bengala Occidentale; tra il 2024 e il 2025 si arrivò a 12 e almeno altri cinque stanno considerando di introdurli.
Le misure sono proposte da partiti di tutti gli orientamenti politici. In alcuni casi la motivazione dei sussidi è implicita, in altri sono presentati esplicitamente come un riconoscimento del lavoro domestico svolto delle donne: un’indagine del governo indiano sull’impiego del tempo nel 2024 lo ha stimato in cinque ore al giorno, quasi otto volte più degli uomini.







