C’è una posizione pubblica che Giorgia Meloni può sostenere sulla guerra in Ucraina ed è quella difesa dal governo italiano dall’inizio della guerra. Decide di ribadirla dopo il terzo incontro in un anno con Volodymyr Zelensky, a Roma, nel suo ufficio a Palazzo Chigi. L’Italia «farà la sua parte» mette a verbale la premier dopo un’ora di colloquio con il presidente ucraino, utile a studiare insieme «i prossimi passi da compiere per il raggiungimento di una pace giusta e duratura per l’Ucraina».
Poi ci sono i timori che montano anche qui, dietro le quinte, e non tutti sono confessabili. Vale per il nodo più spinoso delle trattative diplomatiche e cioè la questione territoriale, su cui si concentra buona parte del colloquio nelle stanze che affacciano su Piazza Colonna. La premier sa che la pazienza di Donald Trump è a un passo dalla fine. E sa anche che se Zelensky vorrà salvare il salvabile dovrà alla fine fare qualche concessione. Ma «non spetta a noi chiederle», spiegano fonti di primo piano del governo. Non lo fa lei durante il vis-a-vis.
L’ucraino anticipa all’alleata italiana una controproposta che invierà nelle prossime ore alla Casa Bianca. È il frutto dei negoziati fra sherpa a Miami a cui ha preso parte il suo consigliere Umerov, presente durante il bilaterale romano andato in scena ieri. La via maestra per gli ucraini passa dal congelamento del fronte e da un cessate il fuoco temporaneo. Zelensky ne ha bisogno ora più che mai. Anche per dare un segnale di forza all’opinione pubblica interna - scossa dagli scandali della corruzione che hanno travolto il governo - e dimostrare di essere in grado di “forzare” la mano con i russi. Meloni assicura che anche l’Italia sosterrà questa linea. Ma al contempo spiega all’ospite che senza gli americani a bordo non c’è tregua che tenga. Lo hanno capito anche gli altri leader europei. A cominciare da Macron, Merz e Starmer: ricevendo Zelensky lunedì a Londra hanno spiegato che senza un “backstop” americano, una copertura militare e strategica degli Stati Uniti, qualunque garanzia di sicurezza per l’Ucraina, anche il ventilato invio di truppe di pace, rischia di rivelarsi velleitaria. Il tempismo dell’incontro a Palazzo Chigi è eloquente. Poche ore prima Trump, intervistato da Politico, è tornato a picchiare contro il presidente ucraino accusandolo di «usare la guerra» per evitare di andare al voto. «Sono sempre pronto alle elezioni» gli ha risposto piccato Zelensky parlando con questo giornale.










