Un corpo a corpo con la parola. L’amore come preghiera: un dialogo cucito attraverso oltre duemila lettere che sono un’opera non finita. Una mappa che contiene universi: pittorici, musicali, topografici. Per sempre in scena al teatro della Tosse dal 9 fino all’11 dicembre, dà voce e corpo alla struggente storia d’amore tra Giovanni Testori, uno dei più importanti intellettuali italiani del secondo Novecento, e Alain Toubas, giovane mercante d’arte e gallerista francese a cui fu sentimentalmente legato per oltre trent’anni. A dare corpo e voce a un uomo che si dibatte nella tempesta del proprio amore e che mentre scrive all’amato genera la lingua poetica che verrà è Alessandro Bandini: genovese, vincitore del Premio Mariangela Melato per giovani attori, torna sul palco della Tosse con questo spettacolo da lui ideato, scritto e interpretato, una produzione Lugano Arte e Cultura in coproduzione con Piccolo Teatro di Milano – Teatro d’Europa, Centro Teatrale Bresciano, Emilia Romagna Teatro Ert-Teatro Nazionale.
Lo spettacolo attinge dalla materia viva delle lettere scritte tra il 1959 e il 1962 tra Testori e l’amato, conosciuto alla fine del 1958 grazie ad amicizie comuni. Le oltre duemila lettere - scritte a mano e in francese e a oggi mai tradotte, trascritte o pubblicate, più i disegni e le cartoline altrettanto inedite – costituiscono la trama che svela un amore travolgente, a tratti ricattatorio, e un’umanità disarmante. Bandini e il drammaturgo Ugo Fiore hanno lavorato alla drammaturgia originale sotto la guida di Giovanni Agosti, storico e critico d’arte, massimo esperto dell’opera testoriana, per restituire un volto inedito del celebre artista di Novate Milanese: un lato meno conosciuto che permette di rileggere parte della sua opera con uno sguardo nuovo, originale e contemporaneo. “Indossai i guanti neri in lattice e aprii la prima busta: “Cher Alain, je suis désespéré” – ripercorre Bandini - queste prime parole di Testori sono entrate come un pugnale nella mia anima: mi stavo trovando improvvisamente davanti al lato più fragile di quell’uomo che conoscevo solo come intellettuale, come artista. La folgorazione è stata quella di riconoscere in quelle cinque parole qualcosa di mio: una disperazione che tradiva un modo d’amare assoluto, eccessivo, incapace di conoscere un limite, una difesa. Più andavo avanti a leggere, più mi rendevo conto che non mi trovavo di fronte ad un semplice epistolario o a un archivio; scorrendo quelle righe, stavo attraversando una vita, e in quella vita riconoscevo anche la mia. Da questa ferita condivisa è nato “Per sempre”: non un racconto biografico, bensì un tentativo di incarnare l’amore come luogo di conoscenza, come preghiera”. Uno spettacolo sul bisogno di sentirsi amati incondizionatamente e sul dolore, una richiesta viscerale di poter amare. Un grido per non essere dimenticato.






