La dialisi? “Un fallimento della Nefrologia, in un paese normale e civile i numeri dovrebbero essere bassissimi”, premette Luca De Nicola, presidente della Sin, la Società italiana nefrologia, e ordinario di Nefrologia all’università Vanvitelli di Napoli. E per argomentare meglio cita i numeri, che sono sempre inesorabilmente chiari: In Italia ci sono 45mila pazienti in dialisi, di questi solo 5mila effettuano la dialisi peritoneale, e ci sono poi 28mila trapiantati di rene. In Spagna, tanto per fare un ragionamento, ci sono più trapiantati che dializzati.

E poi parla l’epidemiologia: casi in aumento in tutto il mondo, l’Oms ha definito a maggio scorso la malattia renale cronica come la maggiore priorità di salute globale e la malattia cronica con maggior impatto. E questo perché negli ultimi 10 anni è cresciuta dal 6-7 al 10% nella popolazione generale per un totale di 850 milioni di malati nel mondo e 5 milioni in Italia mentre il ricorso alla dialisi è aumentato negli ultimi 30 anni del 37%, di cui il 90% è emodialisi.

Malattia renale, allarme obesità

Ma spieghiamo brevemente le due procedure. Nel caso dell’emodialisi extracorporea il paziente è costretto a recarsi tre volte a settimana in ospedale dove è collegato per circa 4 ore a una macchina che pulisce il suo sangue – 250 cc per volta – dai rifiuti del metabolismo che i reni non sono più in grado di filtrare. Sangue che, una volta depurato, viene immesso di nuovo nel paziente. “Con dei rischi non indifferenti perché togliere 250 cc di sangue a malati fragili, o con problemi cardiovascolari comporta una ipotensione che in pazienti aterosclerotici possono provocare ischemie, infarti o deficit cognitivi. L’emodialisi ha comunque una mortalità del 17% annuo. C’è poi la questione costi: il rimborso per l’emodialisi ai centri convenzionati con il Sistema sanitario è di circa 200 euro a seduta soltanto per i materiali ma che, per 13 sedute al mese, arrivano anche a 4000 euro tra trasporto, personale e costi indiretti – continua De Nicola – una cifra che arriva a 50mila euro annui a paziente, con un guadagno netto di 25mila euro”. E il privato convenzionato la fa da padrone perché – ammette il presidente Sin – il Servizio sanitario non è in grado di garantire il servizio. E però, ribadisca riferendosi al caso recente di cronaca su un collega arrestato, non tutti i privati sono delinquenti, come non lo sono tutti i medici.