PADOVA - Oltre 75 anni di carcere. Sono quelli chiesti dal pubblico ministero Maria Ignazia D'Arpa nei confronti di trentanove imputati accusati di corruzione per aver organizzato, all'esterno dell'obitorio di Padova, un giro di mazzette da versare a chi doveva provvedere alla vestizione dei defunti. A processo la prima udienza porta la data del 15 ottobre 2019 c'erano finite quarantuno persone tra dipendenti dell'azienda ospedaliera e impresari delle pompe funebri: erano tutti accusati a vario titolo di concorso in corruzione per atto contrario ai doveri d'ufficio, corruzione di persona incaricata di pubblico servizio, falso ideologico in atto pubblico e truffa ai danni dell'Azienda ospedaliera. Ieri, poco dopo mezzogiorno, la procura ha chiuso la propria parte con la proposta delle pene da scontare. Oggi e il 19 dicembre toccherà al collegio difensivo (tra i quali gli avvocati Ernesto De Toni e Alessandro Zanotto), poi arriverà la sentenza, a nove anni dal blitz che in un sabato pomeriggio del novembre 2016 scoperchiava la tangentopoli del caro estinto.

«Da quanto ricostruito ha detto in aula il pm emerge senza ombra di dubbio la sussistenza di un accordo corruttivo, risalente nel tempo, basato su tacito contratto che ha coinvolto con rarissime eccezioni, forse, tutti i dipendenti dell'obitorio e la quasi totalità delle imprese di onoranze funebri di Padova». Come ricostruito dalle indagini si trattava di un giochetto di estrema semplicità. Gli addetti alle salme e le imprese funebri avevano trovato il modo di aggirare il pagamento della tariffa per "prestazione di servizio obitoriale": 80 euro a carico delle famiglie per la preparazione e vestizione del defunto in vista del funerale. Bastava compilare un modulo di autocertificazione per gli uffici amministrativi dell'Azienda ospedaliera. Si dichiarava la conformità delle salme facendo cadere l'obbligo di pagamento della tariffa. In cambio di questo servizio di favore gli addetti all'obitorio in turno al momento dell'arrivo di una salma o dello scarico di una cassa. «L'impresa funebre risparmiava, tanto poi tutto sarebbe stato messo in conto al cliente, ticket compreso ha aggiunto l'accusa e i dipendenti dell'obitorio guadagnavano un extra che, invece, l'Azienda ospedaliera non gli riconosceva per la vestizione». Nulla a che vedere con il cosiddetto "caffè", cioè «la mancia ormai istituzionalizzata e sdoganata che non deve essere connesse al compimento di atti contrari ai doveri di ufficio», ha continuato il pm D'Arpa.