C’è un filo che unisce milioni di persone da Tokyo a Berlino, da Los Angeles a Milano: il piacere di giocare. Ma dietro al divertimento, la ricerca internazionale The Power of Play mostra che i videogiochi stanno assumendo un ruolo sempre più riconosciuto come leva di benessere, apprendimento e connessione sociale. Lo studio, presentato al festival omonimo tenutosi a Pesaro in occasione della giornata mondiale della salute mentale, offre una fotografia globale del videogioco come fenomeno lontano dagli stereotipi che lo vedono il videogioco solo come passatempo disimpegnato o esclusivo appannaggio di adolescenti maschi.

Una ricerca globale, un focus italiano

Lo studio è stato condotto da AudienceNet su un campione di 24.216 videogiocatori attivi in 21 Paesi distribuiti su sei continenti. Tutti i partecipanti hanno tra i 16 e i 65 anni e giocano almeno un’ora a settimana su qualsiasi piattaforma: console, PC, mobile o VR. L’età media dei giocatori è di 41 anni, con una sostanziale parità di genere: 48% femmine e 51% maschi. Dati che scardinano l’immaginario del videogiocatore come teenager solitario.

La ricerca è stata coordinata dalla Entertainment Software Association (ESA), la principale organizzazione americana dell’industria videoludica, in collaborazione con ESA Canada, IGEA (Australia), KGames (Corea del Sud) e Video Games Europe, rete di cui fa parte IIDEA, l’associazione italiana di riferimento per il settore.