Conosciamo davvero la Terra? Non ancora. La comunità scientifica internazionale è concorde. La tecnologia attuale, seppur molto avanzata e rapida nel suo progresso grazie agli sviluppi dell’IA, non permette ancora di indagare le profondità terrestri, limite della conoscenza scientifica. E’ il tema al centro del convegno intitolato "Geosciences Next Gen Earth Telescope”: organizzato dall’Accademia dei Lincei, ha riunito scienziati di diverse discipline per condividere le ultime scoperte e le sfide future nelle geoscienze. La comunità di scienziati aderente ai Lincei, infatti, sostiene il progetto interdisciplinare “Earth Telescope”, che intende rispondere alle domande fondamentali sul funzionamento del Pianeta per migliorare la nostra capacità di scrutare il mondo, dall’interno della Terra fino alla ionosfera. A spiegare queste frontiere è Carlo Doglioni, geologo, ex direttore dell’INGV e attuale presidente della Classe di Scienze Fisiche, Matematiche e Naturali dell’Accademia dei Lincei. Professore, perché è così urgente approfondire le conoscenze sul nostro Pianeta? “Conosciamo ancora troppo poco dell'interno della Terra, nonostante sia fondamentale per la vita in superficie: non sappiamo perché si muovono i continenti e di conseguenza non possiamo prevedere i terremoti. I movimenti delle placche, infatti, determinano la sismicità mondiale. È necessario che la comunità nazionale e internazionale dedichi un'attenzione molto più importante allo studio della Terra: studiarla significa conoscere meglio il Pianeta, rispettarlo e capire come approvvigionarsi delle risorse necessarie, da quelle energetiche fino all’acqua”. L'interno della Terra è inaccessibile, il che rende l'osservazione diretta impossibile. In questa fase storica, grazie all’hi-tech come i Big Data e l'IA, come si potrà accelerare la ricerca? “L'interno della Terra non è visibile direttamente e questo è il grande limite che ci impedisce di avere delle informazioni dirette. Lo studiamo grazie alle onde sismiche e a ciò che ci porta in superficie la Terra stessa, come i vulcani e i degassamenti. Dobbiamo, quindi, sviluppare tecnologie che ci aiutino a vedere ancora meglio l'interno: c'è bisogno di nuove forme di analisi del Pianeta, ma anche di una precisa volontà. È il momento di rendersi conto che studiare i pianeti extra-solari a decine, centinaia, migliaia di anni luce di distanza è altrettanto importante e non più importante che studiare l'interno della Terra. Se abbiamo un'atmosfera, un campo magnetico che ci protegge dalle radiazioni del Sole e un sistema ambientale che ci permette di vivere, dobbiamo conoscere meglio proprio il nostro Pianeta per difendere noi stessi”. Come si posiziona il nostro Paese a livello mondiale nella conoscenza di rischi connessi al vulcanismo e terremoti? “L’Italia è un laboratorio naturale, perché si trova in un'area della Terra particolarmente sismica, con 10 vulcani attivi: si registrano una ventina di terremoti distruttivi al secolo e circa 15 mila terremoti di bassa magnitudo all’anno. Nel nostro Paese, quindi, si è sviluppata una grande storia anche dal punto di vista della geologia classica: qui è stato inventato il termine geologia da parte di Ulisse Aldrovandi. Si sono create scuole che hanno insegnato la geologia al resto del mondo, fin dai tempi di Leonardo da Vinci. C'è una grande tradizione e conoscenza”. Sebbene l'Einstein Telescope e l'Earth Telescope abbiano finalità diverse, l'Italia sta lavorando per creare una sinergia tra i due osservatori nel sito candidato in Sardegna, nella zona di Sos Enattos. Anche se l’Einstein Telescope è rivolto verso il cielo, potrebbe offrire maggiori conoscenze sulla struttura profonda della Terra? “L'Einstein Telescope indagherà ancora più in dettaglio onde gravitazionali che provengono da tempi più remoti di quelle che abbiamo registrato finora. Lo studio del sottosuolo della Sardegna è senz'altro molto importante per la realizzazione dell'impianto sotterraneo dell’Einstein Telescope, ma il progetto dell’Earth Telescope guarda proprio all'intero Pianeta con l'ambizione di conoscere i meccanismi di funzionamento della Terra. Ancora oggi, infatti, non siamo in grado di comprendere gli elementi fondamentali della dinamica terrestre interna, che determina vulcani, terremoti e tutto ciò che riguarda rischi e risorse”. Quanto la conoscenza del clima del passato può aiutarci a calibrare i modelli predittivi dei cambiamenti climatici in corso? “Studiare la Terra è affascinante, purtroppo manca una didattica adeguata nelle scuole. Quando ero uno studente, la possibilità di confrontarmi con la paleontologia che percorre l'intera storia della Terra e della vita ha trasformato il mio modo di pensare. La vita sulla Terra è, ovviamente, condizionata dalle condizioni climatiche e, quindi, studiare la Terra significa ricostruire l'evoluzione della composizione dell'atmosfera, che solo due miliardi di anni fa ha cominciato a contenere ossigeno. Le concentrazioni di anidride carbonica nel passato sono arrivate anche a 5/6 mila parti per milione rispetto alle 400 di oggi, con climi completamente diversi”. Siamo in una situazione in cui è possibile invertire la rotta sui cambiamenti climatici? Vede una qualche consapevolezza da parte dei decisori politici? “Credo che la gravità della situazione non sia chiara e, soprattutto, ciò che dovrebbe essere fatto è ben lontano dall'essere realizzato. La quantità di idrocarburi che utilizziamo oggi è ancora maggiore di quella dell'anno scorso e, quindi, non c'è un'inversione di tendenza. Anzi, siamo ancora molto lontani. Se abbiamo un bilancio di 100% di energia, questa al 70% proviene ancora dagli idrocarburi. Il restante 30% è dato in parte alle rinnovabili, di cui la metà è data dalle centrali idroelettriche e, quindi, di rinnovabili pure ne usiamo pochissime. Una delle risorse che la Terra ci offre, e che non utilizziamo, è la geotermia: sottoterra abbiamo un serbatoio termico di cui non ci vogliamo rendere conto, perché finora è stato sempre molto più economico utilizzare i combustibili fossili”. Qual è la sfida più grande che la sua generazione di scienziati sta lasciando in eredità alla prossima generazione?“Prima di tutto dobbiamo passare il testimone per far capire a chi esce dalle scuole superiori ed entra nell'università che studiare la Terra è un viaggio davvero affascinante, che ha delle implicazioni filosofiche oltre che scientifiche fondamentali. Un geologo deve conoscere la matematica, la chimica, la fisica, la biologia: è uno scienziato completo. Ed è importante sottolineare che studiare la Terra rappresenta una grande opportunità: si tratta di affrontare problemi fondamentali, alla base del funzionamento dell’intero sistema. Nel momento in cui li conosceremo allora, forse, avremo delle chiavi previsionali anche per i terremoti”.