Uno degli snodi nell’inchiesta sullo spione Pasquale Striano è la relazione del 4 marzo 2020, non firmata e non protocollata, di cui il vice dell’Antimafia, Giovanni Russo, si è attribuito la paternità. Un documento che l’allora procuratore Federico Cafiero De Raho sostiene di non aver ricevuto mettendone in dubbio, addirittura, l’autenticità e adombrando macchinazioni ai suoi danni. Perché si tratta di un indizio importante? Perché dimostrerebbe che, già all’epoca, il nome dell’ufficiale della Guardia di finanza infedele era tenuto sott’osservazione per i suoi sistemi poco ortodossi (illegali?) di lavorazione delle Sos e per una certa insofferenza al rispetto delle regole. C’è tuttavia la criticità della firma e del protocollo che mancano a indebolirne il valore probatorio. Assenze che pregiudicherebbero, secondo Cafiero De Raho, l’attendibilità della relazione, nonostante Russo abbia confermato a verbale a Perugia di averla redatta e consegnata in maniera informale come «gesto di rispetto» nei confronti del capo.
Tra le carte del filone sul dossieraggio, però, emergono ora le prove dell’autenticità di quella nota al di là di ogni ragionevole dubbio. Ovvero le informative firmate dalla polizia giudiziaria, chiamata a «indagare» su Striano, che sono state trasfuse nella relazione del 4 marzo 2020. Anch’esse ritrovate, per caso, in alcuni scatoloni durante un trasloco nella sede della Direzione nazionale antimafia. Parliamo, in particolare di tre report, redatti il 6, l’11 e il 18 dicembre 2019, pochissimi giorni dopo l’invio dell’atto di impulso, a firma di Cafiero, sui presunti conti truccati della Lega che aveva fatto arrabbiare per lo sconfinamento addirittura il procuratore di Milano, Francesco Greco. Investigazioni – è importante sottolineare- che lo stesso Cafiero, oggi deputato grillino, aveva bollato come irrituali trattando una materia fuori dalla competenza della Dna.








