«Preparatevi alla guerra d’inverno». Vladimir Putin alza la posta. Arringa i soldati alla vigilia di colloqui forse decisivi per il piano di pace di Trump. L’inviato speciale americano, Steve Witkoff, è atteso oggi a Mosca dopo l’incontro con la delegazione ucraina a Miami. E lo Zar lo accoglie col suo grido di battaglia in un centro di comando. Il Cremlino scrive su Telegram che il Presidente ha ringraziato comandanti e personale «per le operazioni riuscite», e ha fissato l’obiettivo di garantire alle forze russe «tutto ciò di cui hanno bisogno per condurre azioni militari nel periodo invernale». Il portavoce Dmitry Peskov annuncia poi la conquista smentita dagli ucraini di Pokrovsk nel Donetsk e Volchansk nel Kharkiv.
A indicare la linea che dovrebbe tenere l’Europa di fronte all’accelerazione americana e al fuoco di sbarramento russo è la premier italiana, Giorgia Meloni. «Spero che Mosca offra un fattivo contributo al processo negoziale. La convergenza tra Stati Uniti e partner europei è fondamentale per una pace giusta e duratura». È il punto politico da cui inizia il conto alla rovescia della nuova fase: Washington spinge, Bruxelles non vuole restare indietro, Roma rivendica l’idea che l’unità transatlantica sia il modo per non consegnare la vittoria a Putin. E Zelensky, che ha parlato con Meloni ed è volato a Parigi per vedere Macron, detta le sue linee rosse, probabilmente le stesse su cui non c’è stato pieno accordo a Miami tra la delegazione ucraina e quella americana. «Dobbiamo garantire che la Russia non si senta ricompensata per questa guerra». I tre punti sono le sanzioni, la responsabilità per i crimini di guerra, e lo status giuridico dei territori occupati. Coincidono con ciò che gli americani vorrebbero ammorbidire per portare a casa il deal, il contratto: riduzione graduale dei vincoli economici contro Mosca, salvacondotto a Putin per la deportazione dei bambini ucraini e gli abusi commessi dal suo esercito, e la sistemazione creativa di confini e zone controllate. Per Zelensky nessun compromesso dovrà apparire come un premio a Mosca. «Vorrei discutere con Trump le questioni chiave». Qui si apre il retroscena di una settimana cruciale. Per Marco Rubio, segretario di Stato, i colloqui con Kiev sono stati «produttivi, ma serve più lavoro». Il piano rielaborato sarà valutato da Putin. Che ne vorrà saggiare l’elasticità rilanciando le richieste massimaliste, per capire fino a che punto Trump è disposto a seguirlo. Il Cremlino si muove con una strategia sorniona: Putin ritiene che il tempo giochi a suo favore. Intanto, l’Institute for the Study of War smonta la narrazione putiniana e descrive progressi lenti, limitati ma ingigantiti dai media di Stato, al punto di falsificare mappe e video per accreditare l’idea di un fronte ucraino al collasso. Ma il fallimento dell’ultimo test del missile balistico Satan II, esploso pochi secondi dopo il lancio in una nube di fumo viola, mostra una potenza russa più dichiarata che reale. Rubio, l’uomo che tiene insieme la visione trumpiana e la tradizione del Partito repubblicano atlantista, fissa il punto fermo del negoziato: la sovranità ucraina. Significa tre capisaldi che a Washington nessuno vuole mettere nero su bianco per non irritare il Cremlino. Primo: non si possono imporre limiti formali alla libertà di Kiev di scegliere le alleanze, inclusa la Nato. Secondo: l’Ucraina deve poter decidere da sola la dimensione del proprio esercito e il modello di difesa (si discuterebbe perfino di un possibile ritorno dell’Ucraina a disporre dell’arma nucleare). Terzo: spetta a Kiev stabilire tempi e modalità del voto, non a Mosca. L’idea americana è consentire a Putin di rivendicare una vittoria controllata: il riconoscimento internazionale magari della sola Crimea, il congelamento della linea del fronte nel Donbass, uno scambio di territori altrove per dare la sensazione di una ricomposizione geografica, infine un percorso graduale di ritorno di Mosca nel circuito dell’economia globale.












