Segui tutte le inchieste del Fatto Quotidiano
Ultimo aggiornamento: 7:24
C’è un’ossessione che serpeggia nelle stanze del potere a Washington e nei loft minimalisti dei venture capital della Silicon Valley: l’idea che il nucleare, questa tecnologia titanica nata nel segreto della guerra e cresciuta per decenni sotto l’ala iper-regolamentata e iper-cauta dello Stato, possa essere finalmente sdoganato. Smontato, rimontato, resa piccolo, veloce, scalabile e, soprattutto, redditizio. È il sogno prometeico di una nuova frontiera energetica, l’illusione di imbrigliare il potere dell’atomo non più per la gloria nazionale o la sicurezza collettiva, ma per il profitto privato e l’alimentazione di server AI sempre più voraci.
Un sogno che però nasconde un incubo. Dietro la retorica accattivante della cosiddetta “rinascita nucleare” e dell’“abbondanza energetica” si nasconde una verità potenzialmente catastrofica: la privatizzazione dell’atomo. Che significa? È semplice, si tratta dello smantellamento del sistema di controlli. Si baratta la sicurezza con l’ambizione sfrenata ma questa volta in gioco c’è il pianeta.
La parabola della Oklo, la startup fondata dalla coppia d’oro del MIT Jacob e Caroline DeWitte, ben illustra questi pericoli. Bloomberg la definisce un racconto americano che inizia nello spazio 38 di un parcheggio per roulotte a Mountain View e arriva dritto, in pochi anni, sotto la tappezzeria dello Studio Ovale, con un Donald Trump trionfante che firma ordini esecutivi su misura. Oklo incarna il nuovo credo della Silicon Valley applicato all’energia atomica: l’innovazione è intrinsecamente buona, la regolamentazione è intrinsecamente cattiva e ottusa. Quando la Nuclear Regulatory Commission (NRC), il severissimo guardiano del nucleare americano, respinge la loro prima domanda di licenza nel 2022, giudicandola tecnicamente carente e la “peggiore” mai ricevuta, la reazione dei DeWitte non è stata di umile ritorno al tavolo da disegno. È stata di dichiarare guerra al regolatore stesso.






