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Il gioco geopolitico è mutato. La priorità dei leader è il reciproco riconoscimento di zone d’influenza
Donald Trump dichiara chiuso d’autorità lo spazio aereo sopra il Venezuela e annuncia imminenti attacchi di terra «contro i narcotrafficanti». Ma l’obiettivo vero è palesemente un altro: Nicolás Maduro e il suo regime filorusso e filocinese. Contemporaneamente, mentre attende l’inviato-sdraiato della Casa Bianca Steve Witkoff, Vladimir Putin intensifica i bombardamenti su Kiev: 500 tra droni e missili in una sola notte sulla capitale dell’Ucraina, con morti e feriti tra i civili che non commuovono quasi più nessuno. Meno che mai Trump, che lascia fare e scarica volentieri sugli (ex) alleati il peso politico e l’onere economico e militare di sostenere il leader in difficoltà (e il suo eroico popolo sotto martirio da ormai quasi quattro anni) che ha deciso di abbandonare.
Il «bello» è che con Witkoff, l’uomo che ha suggerito ai negoziatori russi il modo migliore per compiacere il proprio presidente, Putin parlerà di «pace», ovviamente alle sue categoriche condizioni: ha ben compreso di poterlo fare con tutta la sfacciataggine di cui è capace.






