Sempre più star aprono ristoranti e locali. Per avere un contatto con il pubblico e diversificare i guadagni, dicono. Ma soprattutto per celebrare loro stesse

di Raffaele Panizza

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Se i cinque stelle lusso preferiscono ormai ospitare catene internazionali piuttosto che sforzarsi d’inventare un’insegna (esempio clamoroso: Gigi Rigolatto, ristorante simil-italiano ideato da Paris Society, cofinanziato da Accor e aperto dentro l’Hotel Minerva di Roma), potrebbe essere colpa di un insospettabile businessman: Robert De Niro. Che dopo quattro anni di corteggiamento al riottoso chef giapponese Nobu Matsuhisa, che se ne stava tranquillo nell’unico ristorante di Los Angeles, lo convinse prima a espandersi a Tribeca e poi verso orizzonti globali. “Quando mi chiedono se i ristoranti siano per me un ulteriore mezzo di espressione artistica rispondo di no, che la faccenda è puramente pratica: Nobu funzionava e volevo trarne vantaggio. E pensai che avrebbe potuto crescere in molti modi, soprattutto dentro agli hotel”, ha detto l’attore all’inaugurazione di Nobu a Doha, tre piani all’interno del Four Seasons, con piglio affaristico che neppure Warren Buffett. Sono passati trent’anni e De Niro recita ancora la parte del foodie, incassando un colpo (la chiusura di Tribeca Grill aperto nel 1990) ma rispondendo immediatamente inaugurando Locanda Verde, cucina italiana contemporanea ospitata nelle sale del Greenwich Hotel di New York. E sempre con la stessa regola aurea in testa, che gli permette di non sbattere mai il muso come accaduto ad altri improvvisati celebrity-investitori: avere accanto dei soci che di ristorazione ne sappiano più di lui.