Siamo nel 2015 a Parigi, Francia. Un alto funzionario del ministero della Cultura francese propone a giovani donne un colloquio di lavoro. Tra queste c'è anche Sylvie Delezenne. Per molte, sembra un’opportunità seria: un percorso per entrare in un’istituzione prestigiosa, la possibilità di costruirsi un futuro professionale. Ma quello che accade all’interno di questi colloqui si rivela un incubo: bevande alterate con diuretici e passeggiate all’aperto progettate per creare urgenza incontrollabile. Una vera e propria molestia.Ora, un giudice istruttore sta ricostruendo il quadro: secondo l'inchiesta, nell'arco di un decennio Christian Nègre avrebbe offerto a decine di candidate le bevande apparentemente innocue ma mescolate con un potente diuretico illegale, consapevole dell'effetto fisico immediato e destabilizzante che avrebbero provocato.Per Sylvie Delezenne, oggi responsabile marketing a Lille, è una grandissima opportunità. “Cercavo lavoro, dovevo assolutamente trovarne uno per pagare le bollette. Così ho fatto ricerche sui miei social e su LinkedIn. È lì che ho incontrato il mio aggressore. Ho verificato che davvero lavorasse al ministero, sembrava serio”, racconta con lucidità e dolore.“Quella è la mia occasione”, pensa. Così prende il treno per Parigi. L’accoglienza di Christian Nègre, all’epoca alto funzionario del ministero della Cultura, è professionale. Una grande sala riunioni, domande sul suo percorso, sul curriculum. Poi lui le propone una bevanda: “Mi ha chiesto se volessi un tè o un caffè, ho accettato".Nella sala non ci sono macchinette del caffè, così salgono al quarto piano. “Era pieno di gente perché erano le nove del mattino. Ho scelto la mia bevanda, lui l’ha presa, si è girato, ha salutato qualcuno e poi mi ha dato il bicchiere. È stato un piccolo gesto, in quel momento non ci ho fatto caso. Dopo siamo tornati nella sala riunioni e abbiamo continuato il colloquio. Abbiamo parlato della mia ricerca di lavoro, gli ho spiegato che sono riconosciuta come lavoratrice con disabilità e che dovevo trovare un impiego rapidamente”.Nulla in Nègre preoccupa o insospettisce Delezenne: “Era un alto funzionario, era stato nel Consiglio per l'uguaglianza uomo-donna e referente per le disabilità, avevo motivo di fidarmi”.Le prime sensazioni di Sylvie DelezennePoco dopo, Delezenne sente che qualcosa non va, ma continua a parlare, mentre Nègre sembra preso a scrivere qualcosa sul telefono. “Mi disse che doveva rispondere a delle mail, ma mi invitò a continuare a parlare”. Poi il funzionario le propone di proseguire il colloquio fuori dalla sala riunioni. “Mi chiese se volevo visitare la sede del ministero, poi mi propose di uscire a vedere le colonne di Buren, all'esterno dell’edificio. Non sapevo cosa fossero, quindi accettai. Eravamo circondati dal Louvre, i giardini delle Tuileries, la Senna, era un posto bellissimo”.Ma durante la passeggiata, il corpo di Delezenne comincia a reagire in modo strano: “Iniziavo ad avere lo stimolo di urinare. Non capivo, ero andata in bagno prima di uscire. In poco tempo lo stimolo era diventato sempre più urgente. Il cuore accelerava, sudavo, sentivo le palpitazioni”, racconta. Si convince che il colloquio non durerà ancora molto, che può trattenersi, ma non è così.Capisce di non stare bene, chiede una pausa, ma lui minimizza: “Avrebbe potuto prendere le sue precauzioni prima”. Nonostante il disagio, Delezenne cerca di restare concentrata sul colloquio ed essere professionale. Cammina nel suo tailleur-gonna e con i tacchi sui sassolini del giardino delle Tuileres, il che è già complicato. Poi nota la sua pancia gonfiarsi, così come i piedi, le mani tremano, le guance diventano rosse.Di colpo, il corpo le dà un segnale inequivocabile: “Non ce la facevo più. Una voce nella mia testa diceva: ‘Stai per morire’. Mi fermai e gli chiesi di interrompere il colloquio. Eravamo vicino a una passerella pedonale. Due colleghi lo salutarono; mi presentò come una sua collega delle risorse umane. Presentandomi, cercai di rimettermi in modalità professionale, era la mia grande occasione, non potevo rovinare tutto. Poi però non ce la feci più. Mi infilai sotto un tunnel che portava alla passerella, mi accucciai e urinai”.Anche in quel momento, l'aggressore si comporta in modo strano: “Sarebbe potuto rimanere a distanza e assicurarsi che non arrivasse nessuno, ma si avvicinò, si tolse la giacca e mi coprì. Mi aiutò a rialzarmi perché non ci riuscivo da sola. Mi fece sedere su una panchina. Avevo urinato un po’ sulla sua giacca, lui la appoggiò sulle mie spalle e mi rimproverò per averla macchiata”.Le conseguenze fisiche e psicologiche dopo l'aggressioneRientrata al ministero, Sylvie vede il suo riflesso allo specchio: “Ero rossa come un cartello stradale. Non stavo bene. Quando il colloquio è terminato, sono andata in un bar vicino al ministero e in dieci minuti ho bevuto due litri d’acqua. Sono tornata al ministero per chiedere aiuto ma mi dissero che non c’era un'infermeria".Delezenne si dirige verso la stazione per tornare a Lille: “Quando sono salita sul treno mi sono resa di avere i piedi talmente gonfi che sanguinavano, non c’era nulla di normale in tutto ciò. Arrivata a Lille ero spaventata, sono andata dalla mia vicina a chiedere aiuto, non capivo cosa mi stesse succedendo”.La donna racconta gli effetti immediati e duraturi: “Cuore accelerato, sudorazione, gonfiore, bruciore nelle parti genitali e nelle vie urinarie. Ero in uno stato di iperattività. Nei mesi successivi ho avuto problemi di sonno, concentrazione, sensazioni strane nelle mani. Non riuscivo a trovare lavoro, pensavo fosse colpa mia”.La scoperta dell'aggressione, cinque anni dopoAll'inizio pensa di essere stata male e basta, di aver rovinato la sua grande opportunità di lavorare al ministero della Cultura francese.Le prime segnalazioni su Nègre emergono nel 2018, quando un collega denuncia un suo comportamento inappropriato – avrebbe tentato di fotografare le gambe di un'altra funzionaria – spingendo la polizia ad aprire un'indagine interna.Per Delezenne, la consapevolezza di essere stata vittima di un’aggressione arriva solo nel 2019, quando la polizia la contatta: “Per me non era stata un’aggressione: ero stata male e basta. Poi mi hanno mostrato un foglio scritto dall’aggressore. Si era annotato a che ora avevo chiesto di urinare, a che ora ero sulla passerella, il colore delle mutande. È così che l’ho scoperto. Mi hanno chiesto se volessi sporgere denuncia e ho risposto di sì”.Gli investigatori trovano infatti un foglio di calcolo chiamato “Esperimenti”, in cui Nègre avrebbe registrato minuziosamente gli orari in cui aveva somministrato sostanze diuretiche e le reazioni delle donne, insieme a foto che ritraevano le loro gambe.Quello stesso foglio rivela che altre oltre 240 donne accusano lo stesso funzionario: “Ho passato mezza giornata a cercare le altre donne. Ne ho trovata una che aveva rilasciato dichiarazioni alla stampa, poi abbiamo creato un gruppo dove le vittime si aggiungevano a vicenda”.Nel frattempo, nel 2019, Nègre era gia stato sollevato dall'incarico nella pubblica amministrazione e formalmente messo sotto indagine per accuse che vanno dall'uso di sostanze stupefacenti alla violenza sessuale. Nonostante ciò, durante le indagini, ha potuto continuare a lavorare nel settore privato.La lentezza della giustizia, una seconda violenzaIl percorso giudiziario inizia ufficialmente nel 2019, ma la strada verso un processo è lunga e incerta. “Non si è mosso ancora molto. Aspettiamo il processo, ma non abbiamo notizie sul perché ci voglia così tanto tempo. Neanche gli avvocati riescono ad avere informazioni dai giudici”, racconta Delezenne. Tutte queste donne, dice, vivono “un’esperienza di vittimizzazione secondaria”, una sofferenza che si aggiunge al trauma subito.Nonostante il supporto della Fondation des Femmes, un’associazione francese che offre sostegno legale e psicologico alle donne, le attese sono estenuanti. “Noi vittime ci sentivamo talmente sole che ci siamo riunite attorno alla fondazione per avere supporto”, racconta.Il caso si inserisce in un contesto più ampio: negli ultimi anni la Francia ha iniziato a chiamare questo tipo di reato “sottomissione chimica”, un'espressione diventata di uso comune soprattutto dopo il caso Gisèle Pelicot.Ora, però, a sei anni dalle denunce, la frustrazione di queste donne non fa altro che crescere proprio anche confrontandosi con altri casi simili, come quello Pelicot: “Quando ho visto che quel caso veniva giudicato, ho pensato che sarebbe stato giudicato insieme al nostro. Uno degli imputati ha persino fatto appello ed è già passato. Noi aspettiamo ancora il primo processo”, denunciano.La vita di Sylvie Delezenne, oggiDopo aver appreso di essere stata vittima, Delezenne trova la forza di ricostruire la propria vita. “Mi sono iscritta a Pôle Emploi e ho fatto delle formazioni professionali”, racconta. Oggi lavora come responsabile marketing in un salone e un accademia di parrucchieri: “La mia migliore amica, la mia vicina di casa, ha creato un’azienda e mi ha proposto di aiutarla. Non voleva fare colloqui, così mi ha chiesto una mano. È stato un gesto di solidarietà”.Intanto decide di portare la sua testimonianza anche all’Assemblée Nationale, il parlamento francese, contribuendo alla stesura di un rapporto sulle aggressioni chimiche: “All’inizio dell’anno ho pensato che fosse utile parlarne con la deputata Sandrine Josso – drogata da un collega senatore allo scopo di ottenere favori sessuali –. Ho contribuito al suo rapporto sulle aggressioni chimiche in Francia. La mia priorità è che questo non accada mai più a nessuna”.Sul fronte civile, alcune donne hanno ottenuto un risarcimento in una causa intentata contro lo Stato, anche se il ministero della Cultura non è stato ritenuto direttamente responsabile. Un funzionario ha ribadite l'impegno dell'istituzione nel prevenire molestie e violenze sessuali e nel garantire sostegno alle vittime. Tutte loro, però sono ancora in attesa del processo contro Nègre e oggi, ancora di più, denunciano la lentezza della giustizia, affermando di essere due volte vittime.Le parole di Sylvie Delezenne, dure e toccanti, raccontano una storia scioccante e mostrano quanto possa essere devastante trasformare un’opportunità lavorativa in un’esperienza di violenza e umiliazione. Tutte le vittime che, come lei, da anni combattono, raccontano la capacità di denunciare, di creare reti di sostegno e di ricostruire la propria vita, passo dopo passo, nella speranza che nessun’altra donna debba mai vivere ciò che lei ha vissuto.
Sylvie Delezenne, il racconto di una delle vittime delle molestie dell'alto funzionario del ministero della Cultura francese
Sylvie è solo una delle oltre 240 donne che hanno subito questa insolita molestia durante dei colloqui. Sei anni dopo le denunce, il processo contro Christian Nègre non è ancora iniziato









