Erevan, Armenia – L’Armenia ha accettato la scommessa: ospitare uno degli hub di intelligenza artificiale più potenti del Caucaso. A costruirlo sarà Nvidia, il colosso americano dei chip che ha sfiorato i 5mila miliardi di dollari di capitalizzazione a inizio novembre. È una sfida che si gioca sul filo del rasoio, tra la carenza di risorse naturali e l’abbondanza di quelle umane che desiderano opportunità a chilometro zero per contribuire al riscatto del proprio paese, invece di abbandonarlo.È un progetto scalabile fino a 100 megawatt che fa sorgere domande legittime sulla disponibilità energetica del Paese e sulla tenuta delle sue infrastrutture, considerando le risorse naturali limitate dell’Armenia. Ma procede comunque a passo spedito, sostenuto da un investimento iniziale di 500 milioni di dollari da parte di Firebird, una startup con sedi a San Francisco ed Erevan, e Team Group, il gruppo telecom armeno. Mentre il supporto del governo armeno si traduce in termini di terreni messi a disposizione, sgravi fiscali e semplificazioni normative. Nvidia, dal canto suo, fornisce la tecnologia e migliaia di GPU (unità di elaborazione grafica).Gli Stati Uniti hanno infatti approvato l’esportazione dei chip (sottoposti a un rigido sistema di licenze) lo scorso 19 novembre, dando il via libera ufficiale all’operazione. La prima fase dovrebbe essere operativa nel secondo trimestre del 2026. Wired Italia ha visitato il Paese poco prima di questo yes, raccogliendo opinioni, perplessità e speranze di un piccolo ma vibrante ecosistema incastonato in un complesso puzzle economico e geopolitico.Nvidia crea terreno fertile per un nuovo ecosistema techAnche se nel progetto Firebird figura come semplice investitore, questa giovane azienda armena mira ad usare la capacità computazionale che abiliterà per incubare startup armene, università e ricerca locale. Una volta completata l’AI factory, il 20% della sua capacità di calcolo verrà destinato alle imprese tech armene, il restante 80% a quelle straniere che operano nella regione e necessitano di risorse per applicazioni di intelligenza artificiale su larga scala. Oltre alle statunitensi ci sono anche quelle russe, trasferitesi in Armenia per aggirare le sanzioni occidentali. Secondo dati recenti, nella capitale armena Erevan operano già oltre 1.200 imprese che nel 2024 hanno generato un fatturato di 2,3 miliardi di dollari, contribuendo al 7% del prodotto interno lordo (pil).L’Armenia sta lavorando da tempo per cercare di attirarne un numero sempre maggiore e l’infrastruttura AI in arrivo figura come l’asso nella manica di una strategia nazionale tutt’altro che improvvisata. Ad avviarla è stato infatti il primo ministro Nikol Pashinyan nel 2018, indicando il settore tecnologico come una priorità nazionale. Il contatto decisivo con la multinazionale statunitense risale a un anno dopo, quando Rev Lebaredian, vicepresidente Nvidia di origine armena, ha creato il contatto tra il presidente del suo paese e il suo ceo Jensen Huang. È lui stesso a ricordarlo, mentre racconta del futuro dell’Armenia durante il keynote con cui apre la decima edizione della fiera dell'innovazione armena Digitec. Wired Italia era a Erevan, in autunno, quando Lebaredian ha raccontato che “durante una visita di Pashinyan alla sede Usa dell’azienda del 2019, era stato Huang stesso a consigliargli di investire in infrastrutture AI per garantire prosperità al paese”. Detto, fatto.I giovani armeni sono pronti a cominciare questa nuova carrieraDopo lo standby causato dalla pandemia e dalla guerra con l’Azerbaigian, il progetto è stato riportato alla luce e spinto dal 2022, quando Nvidia ha aperto un ufficio a Erevan. Oggi organizzazioni come la Foundation for Armenian science and technology e il Tumo center for creative technologies fremono. In questo lungo periodo hanno preparato migliaia di ragazzi alla carriera tecnologica. Tigran Ishkhanyan, rappresentante dell’ecosistema tech armeno, ha dichiarato alla stampa locale che “la fabbrica ai di Nvidia sarà sicuramente un punto di svolta per i giovani talenti locali, perché avrà bisogno di molti professionisti”.Pegor Papazian, direttore dello sviluppo di Tumo, aggiunge che la sua organizzazione è stata coinvolta nelle discussioni “e invitata a presentare idee su come avremmo usato la potenza di calcolo per scopi educativi e di ricerca accademica”.Per accogliere al meglio la nuova infrastruttura, lo scorso agosto è stato organizzato un programma di formazione proprio sull’intelligenza artificiale. Vi hanno partecipato oltre 100 giovani provenienti da diverse aree del paese, ritrovandosi tutti a Hankavan, a un’ora dalla capitale Erevan. Esattamente dove sorgerà il data center caucasico.“I governi vengono da noi con disponibilità di terreno, di capacità di alimentazione e con le loro aziende tech locali e insieme sviluppiamo i progetti” spiega Lebaredian sempre durante Digitec. Intanto nei suoi corridoi si respira tanta aria di svolta in arrivo. I partecipanti annuiscono con gli occhi sognanti quando questa figura di spicco della diaspora armena descrive le infrastrutture ai come fondamentali “alla stregua di strade, ponti o aeroporti” per lo sviluppo economico e la sovranità tecnologica.Come sempre, a temere questo sviluppo è la naturaPer molti è così, ma non per tutti. Il fabbisogno energetico dell’hub in arrivo solleva interrogativi: al momento non è specificata la fonte primaria, alcuni media riferiscono che sarà la centrale nucleare. L’unica del Paese per ora resta quella sovietica di Metsamor, operativa dal 1980 e in una zona ad alto rischio sismico, infatti è stata anche oggetto di pressioni internazionali per la chiusura, respinte dall’Armenia per “necessità di indipendenza energetica”.C’è invece chi sostiene che il progetto si inserirà nei piani nazionali per sostituire questa centrale entro il 2036 con Small Modular Reactors (smr), riducendo così la dipendenza dalla Russia e integrando nel mix anche fonti rinnovabili, come solare e idroelettrico. La mancanza di dettagli energetici lascia spazio a dubbi. Katrin Wu, responsabile della catena di approvvigionamento per Greenpeace East Asia, si dice fortemente perplessa rispetto alla presunta strategia energetica di Nvidia in Armenia, nuclear based.“Perché questa azienda non si concentra sulle risorse rinnovabili per il suo hub?” si chiede Wu, commentando il progetto con Wired Italia. Per Greenpeace “se Nvidia volesse davvero migliorare le politiche energetiche dell’Armenia, come afferma, non dovrebbe limitarsi ad alimentare la sua ai factory al 100% con energia rinnovabile e ad acquistare certificati verdi – spiega Wu – ma potrebbe contribuire in modo proattivo alle fonti energetiche rinnovabili nazionali”.L’esperta prosegue poi citando esempi di altre grandi aziende tecnologiche che hanno adottato approcci più sostenibili, da cui Nvidia a suo avviso dovrebbe lasciarsi ispirare. “Apple ha un grande mercato in Cina, ma quando ha annunciato che l’intero mercato sarà alimentato con energia rinnovabile, ha aiutato a costruire fonti green anche nel paese stesso – spiega Wu –, lo stesso hanno fatto Google e Microsoft quando hanno stabilito infrastrutture a Taiwan”.Interpellati in merito durante Digitec da Wired Italia, i rappresentanti dell’ecosistema armeno preferiscono non pronunciarsi sull’aspetto energetico del progetto con Nvidia. Guardano i tanti stand di startup locali che animano la decima edizione di Digitec e deglutiscono. Il founder di una di esse spiega: “l’AI ci serve per far fiorire il nostro territorio”.Nvidia oltre l'ArmeniaGuardando ancora più a est, oltre l’Armenia, Wu fa notare come Nvidia abbia in generale dei “grossi problemi di emissioni nella catena di approvvigionamento”, la componente più rilevante ma spesso trascurata dell’impatto ambientale delle aziende tecnologiche. “Nel caso di questa big tech costituiscono più dell’80% di quelle totali – spiega Wu –. Se vuole migliorare la sua posizione ambientale, deve ridurle. Per ora i suoi clienti la ignorano, perché è la parte più nascosta, ma spero che le nuove legislazioni in discussione in Europa la rendano più evidente, spingendo le aziende a essere più consapevoli”.Pensando alla posizione dei Paesi che ne ospitano le fabbriche conta meno, Wu sottolinea “il peso contrattuale che Nvidia esercita sui singoli e a livello globale: tutti vogliono che Nvidia costruisca un’azienda nel loro territorio. Il suo CEO Jensen Huang afferma di voler portare benefici finanziari ovunque va, ma se vuole essere davvero una compagnia leader, non può pensare solo al business”.Tra i corridoi di Digitec e dalle conversazioni con l’ecosistema tech locale emerge un’Armenia divisa tra speranza e pragmatismo. Da un lato c'è chi vede nell’hub di Nvidia la chiave per trattenere i talenti, dall’altro chi si interroga sulla tenuta energetica e infrastrutturale del paese. Poche settimane prima del via libera definitivo da parte di Washigton, dunque, la sensazione è che l’Armenia abbia scelto la sua strada. Resta da capire se sarà quella giusta.​​​​​​​​​​​​​​​​