«Il ricorso non dimostra l’esistenza di reati a carico di Matteo Salvini». Così ha detto ieri la Procura Generale della Cassazione, pronunciandosi sull’atto dei pm palermitani, che si ostinano a considerare il leader leghista un sequestratore. Che dire? Sono d’accordo con quello che sostengono sempre i magistrati sul loro lavoro: i giudici vanno ascoltati e i verdetti vanno rispettati. E aggiungo: non sarebbe male se l’esempio arrivasse da chi è in toga ancor prima che dai sentenziati. Perché adire alla Suprema Corte, che dà giudizi di legittimità e non di merito, per impugnare una sentenza assolutoria secondo cui, nel merito, il reato contestato non è provato?

La vicenda è nota. L’anno scorso il Tribunale di Palermo aveva stabilito che l’attuale vicepremier non è un rapitore su larga scala. «Il fatto non sussiste» è stata la motivazione con cui l’imputato è stato assolto dall’accusa di sequestro di persona per aver ritardato di giorni lo sbarco in Italia di oltre un centinaio di migranti salvati in acque internazionali dalla nave spagnola Open Arms, quando era ministro dell’Interno, nel 2019. La sentenza ha spiegato che l’Italia non era obbligata a indicare un porto sicuro e che, siccome il soccorso in mare non è un atto ostile, tutt’altro, il salvataggio non fa scattare il sequestro. I giudici poi avevano specificato quello che la logica comune già sapeva: se chiudi la porta a chi vuol entrare senza averne diritto, non lo sequestri, perché questo è libero di recarsi altrove. Avevano perfino aggiunto che, casomai, era stato il capitano della Open Arms a tenere in ostaggio gli immigrati, intestardendosi nel volerli sbarcare per forza in Italia, quando porti spagnoli erano pronti ad accoglierli. La Procura palermitana però ha ignorato sia il giudizio sia il suggerimento dei giudici, facendo ricorso diretto alla Cassazione, forse nel timore che la Corte d’Appello avrebbe confermato che il sequestro non è provato.