Una quarantina d’anni fa, Bernd Schuster diede scandalo in Germania. Era apparso come un lampo sulla scena internazionale, a 21 anni era stato il miglior calciatore degli Europei e nel giro di 12 mesi disse che non avrebbe mai più giocato in Nazionale. Aveva litigato con il ct Derwall, si era sentito rimproverare un’assenza a una festa post-partita organizzata da Hansi Müller, ma non ci andava d’accordo, non c’era motivo di far finta di essere amici. Due operazioni al ginocchio gli evitarono l’imbarazzo di rifiutare la chiamata ai Mondiali ‘82. Tornò, arrivò a 24 presenze, ma un giorno fece sapere che non avrebbe giocato un’amichevole con l’Albania: gli stava nascendo un figlio, era più urgente stare a casa con sua moglie Gaby. La venticinquesima presenza non sarebbe mai arrivata. Tenne il punto pure per i Mondiali del 1986 anche se il ct era diventato Beckenbauer. La Germania lo trattò da traditore. Anche questo Schuster fece intuire in un’intervista poi smentita: non gli piaceva l’aria solenne e politica che tirava intorno alla Nazionale.
Viene da pensare a Schuster, alla Germania e agli anni Ottanta ogni volta che c’è un no a una Nazionale. Negli ultimi mesi, a vario titolo, lo sport italiano ne ha sommati parecchi. Lo hanno detto Pietrini, Chirichella, Bonifacio e Lubian alla Nations League di pallavolo. Claudio Ranieri ha rinunciato alla panchina della Nazionale. Sinner si è defilato davanti alla Davis. Chiesa ha detto due volte a Gattuso di non sentirsi pronto. Quelli del basket non vanno in Nazionale perché c’è l’Eurolega. E ogni volta s’innesca la stessa reazione, con le stesse parole di 40 anni fa: patriottismo, dovere, diserzione.






