È l’Europa che non ci piace quella che si è manifestata alla Corte di giustizia continentale. Nel rispondere a una questione pregiudiziale sollevata da un giudice nazionale a proposito del caso, risalente al 2018, di due gay polacchi che avevano contratto matrimonio in Germania, gli alti giudici hanno stabilito che «uno Stato membro ha l’obbligo di riconoscere un matrimonio tra due cittadini dell’Unione dello stesso sesso che è stato legalmente contratto in un altro Stato membro in cui hanno esercitato la loro libertà di circolazione e di soggiorno». Si tratta di una decisione sbagliata nel metodo e nel merito. Nel primo caso, segnala la persistenza di una delle maggiori criticità oggi presenti nell’Ue, almeno in un’ottica liberale. Essa tende infatti a mortificare quelle diversità su cui si è costruito e fortificato nei secoli il nostro continente come “terra delle libertà”. E per di più su un tema discusso e discutibile, su cui è lecito avere opinioni, e quindi sensibilità, differenti. Si cerca, detto altrimenti, di imporre per via legislativa una sorta di “pensiero unico” che è quanto di più tradisce l’essenza propria dell’Europa che può essere sintetizzata nell’espressione latina e pluribus unum («è dalla molteplicità che nasce l’unità»).