ROMA – Nell’anticamera dell’ufficio di Matteo Salvini c’è un trittico di un’artista contemporanea, Chiara Dynys, che s’intitola così: Nothing to lose. Niente da perdere. L’uomo che apre la porta del suo studio al Mit all’indomani delle regionali in Veneto, però, dà un’impressione diversa. Sembra considerare la sua personale tormenta alle spalle. Non è il leone ferito pronto a tutto. Venezia, gran balsamo elettorale, dopo mesi di vannaccismi e ruggini al Nord. Non si fa però in tempo a chiedergli di Luca Zaia, che trilla il telefono: è lui, il Doge uscente. «Luca, allora a prestissimo, io sono qui al ministero, fammi sapere quando atterri». Faccia a faccia alle viste.
Ministro Salvini, il successo della Lega in Veneto è una vittoria sua. E di Zaia. Cambierà gli equilibri in maggioranza?
«Ma no, per noi i patti restano validi. Il Veneto è un successo figlio della generosità della coalizione. Alle Europee il primo partito era un altro, la proporzione tra Lega e FdI era all’inverso. Noi abbiamo messo a frutto una classe dirigente capace con ben 161 sindaci. Abbiamo scelto uno di loro, Alberto Stefani, un 32enne, che ora sarà il più giovane governatore d’Italia. Ha vinto la squadra».
Accordi da rispettare. Dunque ora la Lombardia andrà a FdI?









