Il più bel film del Torino Film Festival 2025 arriva dall’Africa. Niente piagnistei migratori. Niente formalismi astratti e tediosi. Diya di Ronaimou Adoumbaye, direttamente dal Ciad, fa le scarpe a Hollywood e all’industria coreana messi insieme. Già, perché Diya è uno sfacciato dramma sociale, teso come un thriller, sguardo critico sull’islamizzazione e la corruzione nazionale, palpitante conto alla rovescia per il protagonista Dane Francis (Ferdinand Mbaissané), un tranquillo autista di suv di una ONG con moglie cristiana incinta.
La scintilla narrativa è una distrazione improvvisa di Dane mentre guida tra le strade periferiche trafficate e impolverate della capitale N’Djamena. Roba di mezzo secondo. Lo smartphone appoggiato vicino al cambio squilla e sotto le ruote ci finisce un bambinetto con la cartella che stava andando a scuola con il fratellino. Nonostante l’arrivo di due poliziotti, Dane solleva il corpicino e lo porta all’ospedale più vicino dove accorreranno anche i familiari del piccolo, fedeli musulmani. Il bimbo morirà e, in un batter d’occhio, le maglie della giustizia si stringono attorno a Dane che prima viene licenziato dalla ONG, poi arrestato e sbattuto in una cella gabbia all’aperto ai bordi di una strada.






