Missili, caccia, elicotteri, fregate, blindati. Bisogna addentrarsi in decine di tabelle dei documenti di contabilità pubblica per scoprire che il ministero responsabile per l’industria è il vero canale privilegiato per finanziare investimenti nella difesa, a partire da quelli realizzati nel contesto della partecipazione italiana alla Nato.

Gli allegati al disegno di legge di bilancio che è all’esame del Parlamento, incrociati con quelli dell’ultimo Documento programmatico di finanza pubblica (Dpfp), scolpiscono cifre precise alla virgola: nel triennio 2026-2028 la difesa assorbirà il 40,9% dello stato di previsione del ministero delle Imprese e del made in Italy, 10,29 miliardi di euro su 25,16 miliardi totali.

Il Dpfp spiega così la rilevanza assunta dal settore: «Per contribuire al rafforzamento della capacità di difesa europea e al consolidamento del pilastro europeo della Nato, l’Italia sta assumendo un ruolo attivo nell’aumento degli investimenti nel settore della difesa, nella maggiore integrazione industriale e nel sostegno a programmi congiunti di ricerca e sviluppo». La sensibilità in questo campo è in continua crescita come dimostrano le conclusioni del Vertice della Nato, tenutosi a giugno all’Aia a giugno 2025, da cui è emerso l’impegno ad aumentare le spese per la difesa, prevedendo di raggiungere entro il 2035 l’obiettivo del 5% in rapporto al Pil, suddiviso in 3,5% per finanziare le capacità core della Difesa e 1,5% per attività relative alla sicurezza, tra cui, a titolo di esempio, anche l’innovazione e il rafforzamento della base industriale.