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Ultimo aggiornamento: 16:59

Il percorso perfetto lo ha sfiorato, ma proprio di un soffio. Nel 2014, alla sua prima corsa da sindaco, gli mancò un misero 1 per cento per vincere al primo turno. Quindici giorni dopo, al ballottaggio, travolse Mimmo Di Paola con il 65,4%. Undici anni e tre candidature dopo, Antonio Decaro si prende tutta la Puglia e, ancora una volta, l’eco di un suo trionfo si riverbera fino a Roma, dove un pezzo del Partito Democratico continua a immaginarlo come la carta da giocarsi in chiave nazionale per la segreteria, scadenza programmata nel 2027. Sarebbe la naturale evoluzione di un uomo che a ogni confronto nelle urne sforna un successo cristallino. Una leadership naturale, non costruita, quella di questo ingegnere civile di 55 anni che è arrivato alla politica da assessore esterno nella giunta dell’allora sindaco di Bari Michele Emiliano.

Una leadership che fa sempre rima con vittoria. Non ci riuscì solo nel 2006, quando Bobo Craxi lo mise in lista alla Camera, ma si giocava di gruppo e I Socialisti – suo padre lo era, fu anche consigliere comunale – presero percentuali scarsissime. Elezioni regionali 2010: 14.190 preferenze, eletto consigliere. Dicembre 2012: finisce alla Camera dopo aver ricevuto 3.424 voti alle Parlamentarie dem, secondo più votato a Bari. Passano due anni e il deputato Decaro torna nella sua città e ne diventa sindaco dopo aver lasciato il segno come assessore. È l’inizio di una parabola che finora è sempre e solo stata in crescendo. Il secondo mandato è un’incoronazione: vince con il 66,27% al termine di una campagna elettorale segnata nell’immaginario collettivo locale da una canzone rap che trasformò in tormentone la consuetudine di descriverlo come il colpevole di tutto. “Lo psicologo costa caro, è molto più comodo ed economico, dire è colpa di Decaro”, cantava di sé stesso.