A quanto pare, gli oppiacei nell’antico Egitto erano molto più diffusi di quanto pensassimo. A suggerirlo è un recente studio condotto da un gruppo di archeologi e pubblicato sul Journal of Eastern Mediterranean Archaeology, da cui emerge che l’impiego di queste sostanze non fosse sporadico bensì profondamente radicato nella vita quotidiana degli egizi.Gli allucinogeni nelle civiltà del passatoCome già documentato da varie ricerche, esistono abbondanti prove dell’uso di diverse sostanze allucinogene da parte di culture antiche in contesti religiosi o sciamanici: non solo l’Egitto, ma anche le civiltà greche, vediche, maya, inca e azteche del passato. Il popolo Urarina, che vive nel bacino amazzonico peruviano, utilizza ancora oggi la bevanda psicoattiva nota come ayahuasca nelle proprie cerimonie, a cui frequentemente prendono parte anche persone occidentali in cerca di forme alternative di “illuminazione”.Nel 2023, David Tanasi, dell’Università della Florida del Sud, ha pubblicato uno studio preprint (cioè non ancora sottoposto a revisione paritaria) incentrato sull'analisi preliminare di una tazza cerimoniale decorata con la testa di Bes, una divinità egizia associata alla protezione delle famiglie, in particolare madri e bambini. Dopo aver raccolto campioni dei residui dal contenitore, Tanasi ha applicato diverse tecniche — dalle analisi proteomiche e genetiche alla spettroscopia infrarossa a trasformata di Fourier — per caratterizzare nel dettaglio le sostanze individuate.I risultati hanno evidenziato tracce di ruta siriana, una pianta i cui semi hanno proprietà allucinogene in grado di indurre visioni oniriche, grazie alla presenza degli alcaloidi armina e armalina. Ma dalle analisi sono emerse anche tracce di loto blu – che contiene un alcaloide psicoattivo con effetto sedativo – e una bevanda alcolica fermentata composta da lieviti, grano, semi di sesamo, frutta (probabilmente uva), miele e “fluidi umani” (forse latte materno, muco orale o vaginale e sangue).Uno studio di follow-up del 2024 ha confermato i risultati, individuando inoltre tracce di pinoli o olio di pino mediterraneo, liquirizia, sali di acido tartarico riconducibili alla stessa bevanda fermentata e residui di fiori di cleome, una pianta nota per le sue proprietà medicinali.La diffusione degli oppiacei nell'antico EgittoAdesso possiamo aggiungere anche gli oppiacei all’elenco delle sostanze farmacologiche utilizzate dagli antichi egizi. Gli autori del nuovo studio si sono concentrati su un vaso in alabastro in particolare, conservato al Yale Peabody Museum. Il recipiente è intatto (una rarità) ed è inciso in quattro lingue antiche; tra gli altri contiene un riferimento a Serse I, che regnò sull’Impero achemenide dal 486 al 465 a.C.Ad attirare l’attenzione dei ricercatori è stato un residuo marrone scuro sulle pareti interne del vaso. In passato gli studiosi avevano ipotizzato che questi contenitori contenessero cosmetici, profumi o addirittura messaggi segreti tra un sovrano e i suoi funzionari. Ma sono note anche numerose ricette di farmacopea tramandate in opere come il Codex di Anicia Giuliana della De materia medica di Dioscoride. Per le analisi, gli autori hanno utilizzato strumenti non invasivi, tra cui analizzatori Xrf portatili (pXrf) e spettroscopi infrarossi a trasformata di Fourier portatili (pFtir).I risultati hanno evidenziato la presenza di tracce distinte di diversi biomarcatori dell’oppio, tra cui noscapina, idrocotarnina, morfina, tebaina e papaverina. La scoperta è coerente con un precedente rinvenimento di residui di oppiacei in altri vasi egizi in alabastro e in piccole brocche cipriote provenienti da una tomba di mercanti a sud del Cairo, risalenti al periodo del Nuovo regno (XVI–XI secolo a.C.).Secondo gli autori dello studio, queste conclusioni impongono di rianalizzare i vasi in alabastro dell'antico Egitto rinvenuti nel corso degli anni, che potrebbero a loro volta contenere tracce di antichi oppiacei. Un buon punto di partenza, suggeriscono, sarebbe rappresentato dai vasi rinvenuti nella tomba di Tutankhamon nel 1922 dall’archeologo Howard Carter, molti dei quali presentano lo stesso residuo organico scuro e viscoso. Un primo tentativo di studiarli risale al 1933, quando Albert Lucas condusse uno studio preliminare senza però disporre della tecnologia necessaria per identificare i composti (Lucas riuscì comunque a stabilire che non si trattava né di unguenti né di profumi). Da allora, nessuno ha più tentato un’analisi.Un'ulteriore prova del valore di questi residui arriva poi dal comportamento dei saccheggiatori dell'epoca, che invece di rompere i reperti per recuperare i metalli preziosi trasferivano con cura la sostanza organica in piccole sacche. All’interno di molti vasi sono ancora visibili impronte digitali, insieme ai resti delle sacche di pelle.“Rimane del tutto plausibile, se non probabile, che almeno una parte della grande quantità di vasi in calcite rimasti contenesse oppiacei, che facevano parte di una persistente tradizione egizia che stiamo solo iniziando a comprendere”, hanno concluso gli autori. Alcuni vasi sfuggiti ai saccheggi conservano ancora il loro contenuto organico originale, una caratteristica che li rende candidati ideali per analisi future.“Abbiamo identificato firme chimiche di oppiacei in vasi di alabastro egizi legati sia alle élite mesopotamiche sia a contesti molto più ordinari dell’antico Egitto”, ha spiegato Andrew Koh, coautore dello studio e ricercatore del Yale Peabody Museum. “È possibile che questi contenitori fossero marcatori culturali dell’uso dell’oppio riconoscibili, un po’ come le pipe ad acqua che oggi rimandano al consumo di tabacco da narghilè. Analizzare il contenuto dei vasi provenienti dalla tomba di Tutankhamon ci permetterebbe di comprendere in modo più chiaro il ruolo dell’oppio in queste società”.Questo articolo è apparso originariamente su Ars Technica.