Con Feltri si vedevano spesso. Lui diceva che se fosse nato donna sarebbe stato la Vanoni. Lei ricambiava cordialmente la stima e gli confessava le sue paure prima di salire sul palco «sai che non mi ricordo un cazzo?».

Una fuori dal comune Ornella, in quella Milano che l’aveva accolta quando era solo la figlia unica di una famiglia perbene in una casa «molto silenziosa» da cui vedeva giusto due vie. E quando poi la riaccolse da giovane innamorata e trafelata che mandava «giù di corsa un pezzo di focaccia per non arrivare tardi a lezione».

Pillole di vita e di ricordi che Vanoni ha scritto nel suo ultimo libro “Vincente o perdente” per La nave di Teseo. Dove un capitolo è proprio dedicato a Milano. Lei che di Milano aveva conosciuto il sapore vero, le osterie che tenevano aperto per i tiratardi degli spettacoli, le case di ringhiera mezze rotte e un po’ poetiche, il Piccolo che era in realtà il gigante di Strehler, il suo grande amore. La prima volta che lui le disse ti amo le fece rompere «il carapace dentro cui ero imprigionata», tanto per dire.

Cantava la mala, Vanoni... i poliziotti e i ladri delle stradacce buie e polverose dove le saracinesche erano sempre chiuse e le vecchine camminavano in fretta con la borsetta stretta contro il cappotto. Dicono che fosse talmente credibile e calata nella parte che qualcuno ogni tanto in platea sussurrava all’orecchio del vicino, «ma non sarà anche lei dell’ambiente?». Dietro quella versione canora della mala c’era un “inganno creativo” nato dalla mente di Strehler, di Fiorenzo Carpi, di Dario Fo e di Gino Negri. Ed era così appassionante che la rese famosa subito.